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venerdì 28 luglio 2017

Articolo su 100NOVE PRESS - Anno n. III - n. 30 - 27 luglio 2017 - I MILLE GIORNI DI MATTEO RENZI






Mercoledì 13 luglio 2017 e il rottamatore diventa autore e per il suo libro è presente nelle librerie d’Italia. Poi va da Mentana e si confessa, noi partecipiamo a questo parto-culturale e ne sentiamo la sofferenza molto da lontano, perché qui nella nostra isola bruciata il libro arriva  nelle librerie solo venerdì 14 luglio , ma spazzatura di qualche giorno in fondo noi siamo al di qua dello Stretto e quindi siamo tra il fuoco e le onde del mare, Circe canta e noi non la sentiamo, non perché abbiamo le orecchie otturate ma perché Circe deve ancora arrivare.
Dobbiamo accontentarci di avere notizie di seconda mano o ancora di più i retroscena. Massimo Franco sul “Corriere della Sera” del  13 luglio 2017 scrive: «La metafora della “tenda” sta diventando pericolosamente  virale. Da quando Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo, ex premier ed ex presidente della commissione europea, ha raccontato di avere piantato una tenda simbolica vicino al Pd, intorno al partito di Matteo Renzi è spuntato un vero e proprio camping La convinzione è che se dovesse prevalere la spinta a escludere le minoranze e dunque a facilitare un altro strappo, non esisterebbe più il Pd. L’uscita di Orlando potrebbe portare con sé quasi per inerzia quella di Franceschini e dell’altro ministro, Graziano Delrio, finora leali alleati del segretario. Prodi pianterebbe la sua “tenda” sempre più lontano dal Pd. L’incontro di ieri a Bologna con Pisapia e Orlando può essere visto come una conferma.
La somma di questi corpo a corpo non promette riconciliazioni, semmai strappi progressivi. Ma l’esito prevedibile è che alla fine non ci sarebbero più il partito, opposto agli scissionisti entrati nell’orbita della nebulosa di Pisapia: ci sarebbe la metamorfosi renziana di ciò che resta del Pd, e dall’altra parte un nuovo Ulivo.
Il “camping” diventerebbe un vero agglomerato con ambizioni e consistenza almeno pari a quelli del partito d’origine. Ma Renzi, se vuole, è ancora in tempo per impedirlo. Il problema è questo: se vuole».
Poi ci sono i fuori onda:
“Poche parole a margine dell’intervista con Enrico Mentana su La7. Per esprimere «solidarietà a Salvini». Anche se, precisa il segretario dem Matteo Renzi «non parlo di queste cose, sono fatti privati». I fatti sono quelli relativi alle immagini di Elisa Isoardi pubblicate dal settimanale “Chi”. La conduttrice tv, compagna del leader leghista Matteo Salvini da circa un anno e mezzo, è stata fotografata mentre bacia un altro uomo a Ibiza. Salvini e Isoardi in passato avevano anche accennato alla possibilità di sposarsi”.
Poi ancora Massimo Franco parla di progetti e di prospettive occulte di fine estate di un segretario che nella sua toscanità vuole archiviare rottamandolo col nome di Matteo: «in questo caso la prospettiva, a sentire gli avversari, sarebbe di un segretario tentato a fine estate di archiviare il Pd per lanciare in modo esplicito il proprio partito. Una forza agile, fedele, magari intorno al 15-20 per cento ma in grado di far valere il proprio peso nelle trattative per il governo, in un Parlamento senza maggioranza: sebbene a “Bersaglio mobile”, su La7, Renzi abbia ribadito di volere il 40 per cento “per governare da soli”; e dal vertice si smentisca qualunque ipotesi di scissione e si ricordi che a ottobre si celebrerà il decennale della fondazione del Pd: un’occasione per ricucire, non per lacerare. Il problema sarebbe solo di evitare “un congresso permanente” e di rimettere in discussione una strategia e una leadership».
Il nostro quotidiano locale riferisce da Roma con uno scritto di Cristina Ferulli scrivendo che:
«Guarda “Avanti” ma sancisce  una rottura definitiva del passato il libro con cui  Matteo  Renzi riparte dopo la sconfitta del 4 dicembre: il leader nega che il suo arrivo a Palazzo Chigi sia avvenuto con un “golpe” ai danni di Enrico Letta, rovesciando la responsabilità sul Pd e ironizzando sulla “modalità broncio” del suo predecessore nel famoso passaggio della campanella. Una versione senza sconti, condita da frecciate ad un governo “di cui nessuno ricorda niente tranne l’aumento dell’Iva”, alla quale Letta replica con poche ma nette parole di “disgusto” per “ennesime scomposte provocazioni”.
Dice di aver scritto il libro da solo, “senza ghost writer”, il leader Pd. E si vede. 235 pagine, pubblicate con Feltrinelli, in cui Renzi racconta i suoi Mille Giorni al governo con passione, entusiasmo ma anche con quella vis polemica che i suoi critici hanno sempre definito arroganza. Tornano dopo le dimissioni spinto “dalle 26 mila mail” di chi gli diceva di non mollare -  a loro è dedicato il libro -, il segretario dem guarda al futuro, pur assicurando di non “avere l’ossessione” di tornare al governo.  E se la proposta all’Europa per portare il deficit al 2,9% per 5 anni “dando 30 miliardi all’anno per la crescita” come la “svolta” sui migranti è stata anticipata nei giorni scorsi, l’ex premier tiene invece in serbo, per raccontare il libro nel giorno del debutto in libreria, soprattutto le parti polemiche.
L’idea del libro, d’altra parte, era nata proprio dalla volontà di ricostruire la scalata a Palazzo Chigi. “L’idea che si sia trattato di una coltellata alle spalle è una fake news –scrive Renzi – come se Letta fosse stato usurpato di chissà quale investitura democratica o popolare” e invece “l’unica volta in cui Enrico si era candidato alle primarie, nel 2007, aveva raccolto la miseria dell’11% dei voti. È la “democrazia, bellezza”, è invece la versione dell’ex sindaco di Firenze che rivendica l’affettuosità dell’“Enrico stai sereno” e dice che lo rifarebbe. Il Pd “ha semplicemente deciso di cambiare cavallo” e Letta, a suo avviso, invece di prendere atto decide “di fare la parte della vittima che funziona sempre in un paese in cui si ha più simpatia per chi non ce la fa che per chi ci prova».
Poi l’autrice, che possibilmente non ha avuto il tempo di leggere il libro, conclude:
“Ma ci sono i momenti in cui sono i gesti a contare più delle parole. Poi ci sarebbero le pernacchie ma quelle sono sonore e non visive e quindi oscene.
 Ma la vera oscenità è che il libro arriva in una città bruciata solo il 14 luglio 2017, quando tutto il clamore è scomparso, così come sono scomparsi i nostri boschi.
Il villaggio di Stepancikovo di Dostoevskij è molto lontano ma tutto ritorna: Falaley era straordinariamente bello: il suo viso era come quello di una graziosa contadinella, la generalessa lo coccolava e lo viziava, trattandolo come un giocattolo prezioso”.
E poi aggiunge: è quasi una cagnetta.
Questi autori classici, sono fuori della nostra attualità ma quasi sempre ci azzeccano e se tutto il tema del libro fosse per dire soltanto io non sono un giocattolo o una cagnetta – ma un uomo!
Ma essere uomo è un’affermazione monca, bisogna aggiungerci un aggettivo indispensabile: libero.
Ma nella nostra città bruciata e svuotata di ogni contenuto anche questo aggettivo è fuori dalle righe: non abbiamo industrie, viviamo o moriamo non interessa a nessuno, gli appalti sono portati per mano, così tutto quello che ci circonda perfino le granite, tutti lo sanno ma nessuno lo dice.
Qua siamo tutti rottama tori e quelli che non hanno voluto aderire alla mattanza condannati al carcere preventivo.
Il rottamatore si occupa, bontà sua, del nostro Franco Antonio Genovese: scusatio non petita accusatio manifesta. Letta dice un caso di schizofrenia io dico un caso di malasanità.
Venerdì 14 luglio su “La Repubblica” Claudio Tito scrive:
“Basta vedere quel che sta accadendo in questi giorni. Non solo il segretario del Pd Matteo Renzi ha scritto un libro con la apparente intenzione di menare fendenti a destra e a manca anziché provare a ordinare le idee per una eventuale rivincita elettorale”.
Ad una seria notazione e non rottamazione l’autore non diventi gladiatore del babbo lasciando fuori la madre. Aspettiamo la super rottamazione che purtroppo fa rima con rivoluzione per carestia e per sete.
Ma non voglio sembrare un profeta di cattivo augurio e concludo con le parole dell’autore.
Nell’introduzione del libro il vate premette che si tratta di una storia strana e conclude:
«Ai ragazzi che incontravo da presidente del Consiglio in carica ho ripetuto più volte: “Se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque di voi”. Loro si mettevano a ridere.. Ma io ero serio. E lo sono tuttora: se il paese più istituzionalmente gerontocratico si pemette di dare le chiavi del palazzo per tre anni a un under 40 venuto dal nulla significa che tutto è veramente possibile. Bisogna crederci, però, avere l’ardire di provarci. Non lasciare che i professionisti del “si è sempre fatto così” abbiano ancora la meglio. Tutto può cambiare, io ci credo ancora. Anzi, dopo quello che ho visto, ci credo ancora di più.
Non ci interessa cambiare l’immagine per gratificare il nostro ego. Noi vogliamo cambiare l’Italia per i nostri figli.
E questa Italia la cambieremo. Andando avanti, insieme».
Ma siamo sicuri di questa affermazione?
Lo vedremo alle prossime elezioni!

Il ponte dello Stretto di Messina al prossimo giro lo scrittore o il demolitore?




venerdì 7 luglio 2017

Articolo pubblicato su 100NOVE - ANNO III - Numero 27 - 6 luglio - IL CASO GENOVESE - Dal PD a Forza Italia




Dal PD a Forza Italia
Le sfaccettature di una vicenda umana e politica
raccontata da Lilly La Fauci

Achille Baratta

         L’ultimo giorno di Giugno, Vasco Rossi canta a Modena, la Germania vota le nozze gay, Merkel no!, Simone Vail, lascia la sua Europa con il cuore, su Cina boom dei consumi digitali, Equitalia addio, Danilo Petrucci pilota operaio, Xi a Hong Kong gioca a fare il padrino, il ritratto ufficiale di Macron, la poesia dell’emiro di Dubai, Sciarelli dai pm sul caso consip, Mattarella; non vado a elezioni anticipate, la legge elettorale slitta ancora, Renzi gelo su Franceschini, il modello Berrutto, Minniti piano per sequestrare le navi, Trump e i buchi sulla democrazia, vietato sposarsi almeno per i preti di una certa età. I visitatori di Cuffaro in carcere inquisiti.
Lo stesso giorno a Messina  alla Feltrinelli Point di via Ghibellina, Lilly La Fauci presenta: “dal PD a Forza Italia, il caso Genovese raccontato dai media”, conversava con l’autrice il prof. Francesco Pira, docente di Comunicazione e Giornalismo all’Università di Messina, alla presenza di Lucio D’Amico, vicecaporedattore della Gazzetta del Sud, Gisella Cicciò, consigliere dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, e Sebastiano Caspanello, redattore della Gazzetta.
L’autrice Lilly La Fauci ha fatto riferimento anche ai salti delle quaglie nazionali di questi ultimi giorni che affiancano Forza Italia al PD e dal teatrino della politica scrive: la “peculiarità di questo volume non sia solo il racconto della scelta di un autorevole esponente politico locale, «ma la narrazione puntuale da parte dei media di ogni singolo passaggio che dal locale diventa nazionale e quindi globale». E tutto questo, nell’era dei social network, va oltre il fatto in sé, diventa condivisione, commento, partecipazione pubblica di una vicenda politica che un tempo sarebbe rimasta all’attenzione dei soggetti coinvolti e degli addetti ai lavori. Il tempo analizzato dall’autrice è il dicembre 2015 e il libro, pur facendone riferimento sul clamoroso caso giudiziario che ha coinvolto il parlamentare messinese, ma su quanto avvenuto all’indomani dell’uscita dal cercare di Francantonio Genovese, l’ufficializzazione del suo passaggio dal Pd a Forza Italia, seguito poi da una moltitudine di consiglieri, è stato il «più grande salto della quaglia» mai avvenuto a Messina”.
A dire la verità alla presentazione del libro, ironia ce ne era tanta. La prima fila riservata a quelli della gazzetta, sul banchetto laterale la direttrice del “Soldo”, prof.ssa Adele Fortino, i fotografi, i parenti dell’autrice elencati nel testo e qualche amico o curioso, poi il vuoto.
Tre interventi tra cui il mio, in cui ho fatto riferimento al tempo, per ricordare che solo il tempo sarà il Custode della Verità e che il carisma dell’uomo vero si misura quando perde la china e non quando è al potere e che Francantonio ha vissuto la vita con il motto: “amo vivere la vita e vivirla come l’ho amata”.
Nel testo in appendice sempre simpaticamente e con un pò di ironia l’intervista all’on. Francantonio Genovese. In conclusione esso la sua sintesi: “checché se ne dica sul passaggio di Francantonio Genovese dal Partito democratico a Forza Italia, e sul fatto che tanti altri esponenti politici lo abbiano seguito, si tratta di un fatto perfettamente in linea con le tendenze della politica italiana”.
Ma la verità è che Messina non ha più un politico che conta e che tutto naviga nel nulla, l’attrazione sul Tibet è come un morso che ci stringe al collo ma certamente meglio di un commissario colluso.
Finalmente violato il motto: “calati giunco che passa a china”, queste e altre verità saranno ancora da vedere ma i danni sociali chi li paga?
Allora il caso Genovese non sarà raccontato dai media ma pagato da chi si è fatto prendere la mano dall’invidia e dall’ignoranza e perché no anche dal potere?.
L’autrice molto splendida, con abito nero, in pandan con gli occhi e i capelli, labbra e unghie rosso fiore.
Ma andando oltre l’aspetto salottiero indirettamente tutto è stato un elogio della dignità sintetizzato così da Giovanna Maria Flinck:
L’universalità dei diritti umani, dopo le atrocità della shoah e dell’ultimo conflitto mondiale, è scandita da una serie di enunciazioni. Si tratta della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo nel 1948: del Patto sui diritti civili e sociali del 1966; della Convenzione europea dei diritti umani nel 1950; della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea nel 2007 (per citare i documenti più significativi del percorso sovranazionale e internazionale); delle proclamazioni costituzionali nazionali”. Proprio l’universalità dei diritti fondamentali sembra essere il sintomo più evidente della oscillazione, tuttora, fra le due direttrici nelle quali approfondire l’idea di dignità. La prima è quella astratta in generale, per tutti gli uomini. La seconda è quella concreta, nel particolare, per ogni uomo: nel suo modo di essere e di porsi in rapporto con gli altri; nelle sue condizioni di vita; nelle sue scelte.
Il teatrino può riferirsi anche a Rodotà e alla sua ultima pubblicazione: “la solidarietà, che è cosa diversa dalla fraternità”.
Ci sarebbe anche Proust con la Ricerca del tempo perduto, compreso il mio. Ma che importa si è passata una bella serata, si è presentato un libro e siamo tutti soddisfatti.

venerdì 9 dicembre 2016

Articolo pubblicato su 100NOVE - 8 Dicembre 2016 - 'Ndrangheta e classi dirigenti - Storie choc di Gretteri e Nicaso

Articolo pubblicato su 100NOVE - 8 Dicembre 2016 -  'Ndrangheta e classi dirigenti  -  Storie choc di Gretteri e Nicaso 



LA ‘NDRANGHETA E LE MAFIE CLASSE DIRIGENTE CHE NON VOGLIAMO NÉ COME PADRINI NÉ COME PADRONI.
Un grido d’allarme di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso 
Achille Baratta

Non mi sono mai sentito così ignorante. È una situazione di stallo dover stare per anni a sentirti erudito e, poi, in un secondo tempo ti accorgi che tutte le tue certezze si traducono in una parola sola: analfabetismo.
Certamente non si possono sapere tutte le branche del sapere e dell’informazione, ma gli argomenti fondanti di una società, come la nostra, non possono sconoscersi.
Che l’Italia sia attanagliata dalle mafie è, purtroppo, evidente a tutti, ma Piero Grasso aveva scritto “La mafia invisibile” e Sciascia l’aveva romanzata anche nel suo realismo;ma come scrive Raffaele Carcano nel blog UAAR di “MicroMega” (30 aprile 2014):
«Che l’Italia difetti di civismo è evidente a tutti: siamo la patria del “familismo amorale”, secondo la definizione che tra mille polemiche e poche confutazioni coniò Edward Banfield descrivendo un paesino del sud (peraltro assolutamente cattolico). Ed è innegabile che sia la fede cattolica a riempire spesso tale vuoto. L’irrazionale del resto riempie sempre un vuoto: esiste proprio per questo. Ma è discutibile, molto discutibile che la religione svolga un ruolo di supplenza. In realtà è vero il contrario: oltre la religione non c’è alcun vuoto, c’è invece proprio il civismo. Perché è il civismo che costituisce il supplente o, meglio ancora, il reale sostituto della religione: il civismo segue cronologicamente la religione e ne ha rimpiazzato le funzioni sociali. La religione è infatti nata quale quadro ideologico imposto a tutti all’interno di una società tribale, e non è stata poi in grado di adattarsi a società plurali. Il civismo, la laicità e la democrazia sono valori che sono emersi a causa dell’incapacità, costitutiva delle dottrine religiose di dare un quadro valoriale comune all’intera popolazione. È in qualche modo inevitabile: una parte della società difficilmente può riuscire a forgiare i comportamenti virtuosi di tutti coloro che ne fanno parte».
Ma per parlare di civismo sociale e politico occorre conoscere le mafie e la loro storia.
Finalmente uno squarcio di verità ci viene dal libro edito in questi giorni da Mondadori, scritto da chi – ogni giorno – sfida le forze occulte e meno occulte che si chiama “’ndrangheta”, è un giudice di Palmi, in Calabria, che ci racconta come fin dalla Unità d’Italia, anche naturalmente prima, la malavita organizzata è stata l’ombra nera della politica; con lui scrive Antonio Nicaso, storico della organizzazione criminale, il loro volume “Padrini e padroni” è stato stampato nel Trentino su carta da fonti gestite in maniera responsabile. Certamente, personalmente avrei preferito che fosse stampato in Calabria, ma i percorsi editoriali sono quelli e se vuoi dare voce ai tuoi sentimenti di dovere devi attaccarti alla tromba che suona più forte.
Il libro racconta la storia e le storie che non avevo mai letto:
«Nella notte tra il 15 e il 16 giugno del 1869 a Firenze, in via dell’Amorino, a pochi passi dalla stazione di Santa Maria Novella, un uomo viene pugnalato. Il ferito non è un uomo qualunque. Si chiama Cristiano Lobbia, maggiore dell’esercito, ex garibaldino, eletto deputato nel collegio di Thiene-Asiago, nella lista del Partito liberale.
La notizia dell’agguato finisce sulle prime pagine di tutti i giornali e manifestazioni di solidariètà vengono organizzate in molte città italiane. Quella di Milano si conclude con gravi incidenti, mentre in Parlamento infuria la polemica. “Se il Governo in questa circostanza non usasse il rigore, l’energia e la speditezza necessaria per arrivare allo scorrimento della trama scellerata di cui fu vittima l’onorevole Lobbia, sapete che cosa ne avverrebbe?” si chiede, tra gli altri, il parlamentare calabrese Luigi Miceli durante la seduta. “Avverrebbe che il pugnale che non ha ucciso l’onorevole Lobbia avrebbe ucciso la coscienza del Paese”.
Tutto era qualche mese prima, quando il governo, guidato dal generale Federico Menabrea, aveva deciso di cedere per vent’anni il monopolio dei tabacchi a faccendieri legali al Credito Mobiliare, in cambio di un’anticipazione di cassa di 10 milioni di lire: meno della metà di quelli offerti – senza accordi capestro – da stimati finanzieri parigini e londinesi. La convenzione, firmata con lo scopo di risanare le casse dello Stato, svuotate dalle spese militari per le guerre d’indipendenza, aveva immediatamente suscitato molti sospetti. Si era vociferato che per favorirla fossero stati distribuiti diversi milioni – “zuccherini” – “dei quali sei al re e due [da dividersi] tra sessanta deputati”. Sollevando in Parlamento due grossi plichi con cinque sigilli rossi, il maggiore Lobbia aveva dichiarato di possedere “dichiarazioni di testimoni, superiori a qualsiasi eccezione a carico di un deputato nostro collega”».
Naturalmente, poi, il maggiore Lobbia viene incriminato e “Quando gli restituiscono l’onore – come scrive Gian Antonio Stella – è un uomo finito”.
In quegli anni sembra che tutto venga girato in un film in retrospettiva:
«“Fazzoletto annodato al collo, solini piegati, cappellino tondo sotto le cui falde si vede il ciuffo dei bravi”, il calzone a campana, cioè stretto alle gambe e cadente largo sulle scarpe, i camorristi reggini fanno capo a Francesco De Stefano di Giorgio e a Paolo Panzera di Filippo, entrambi originari di Sbarre-Spirito Santo.
De Stefano non è un “guappo” qua1unque. Droghiere, è uno dei “principali sospetti in fatto di furti, di grassazioni, di contrabbando di merci e di smaltimento di biglietti falsi della Banca”. Privato del porto d’armi, nel 1872 verrà ammonito come “maffioso e camorrista” e nel 1880 il suo indirizzo verrà rinvenuto, tra alcune carte sequestrate all’anarchico-rivoluzionario internazionalista Andrea Costa e alla sua compagna Anna Kuliscioff.
L’organizzazione criminale, già segnalata nel 1861 al ministro dell’interno dal prefetto Raffaele Cassito, per il “modo deplorevole” con cui infesta la città di Reggio Calabria, è conosciuta negli ambienti investigativi come “setta degli accoltellatori”, comprendente anche malavitosi messinesi e in grado di dirimere questioni private e grane elettorali. Si addestrano all’uso del coltello e praticano la “tirata”, una sorta di duello rusticano, simile a quello descritto da Marc Monnier nella sua inchiesta del 1862 sulla camorra napoletana.
Nelle elezioni del 1869, gli “accoltellatori” di De Stefano, denominato “gran bastone”, arrivano a intimidire politici e professionisti, assumendo atteggiamenti minacciosi davanti ai seggi e rendendosi protagonisti di brogli elettorali, tanto da costringere il prefetto Achille Serpieri a sciogliere il Consiglio comunale appena eletto».
La motivazione “schede false”, quelle schede false hanno risonanza in campo nazionale. Ma non basta; anche le Americhe ne sono condizionate e oggi che cosa succede e succederà?
«A Reggio Calabria Luigi De Blasio viene eletto sindaco della città. A Bagnara si conferma Francesco Saverio Vollaro. Tornano in Parlamento anche Luigi Miceli, Giovanni Nicotera, Achille Fazzari, Alfonso Lucifero e Pietro Toscano. Su 2.420.327 elettori votano 1.415.801, il 58,5 per cento degli aventi diritto. Entrano in Parlamento 292 deputati ministeriali, 25 della sinistra dissidente, 145 pentarchici, 44 radicali. È la legislatura che segna il passaggio dai governi Depretis a quelli guidati dal siciliano Francesco Crispi, difensore spietato dei vecchi assetti proprietari e produttivi del Mezzogiorno.
Niente avviene al di fuori del controllo della ‘ndrangheta, neanche oltreoceano: alloggio, lavoro, apertura di piccoli commerci. “Appena arrivati” scrive il “Corriere della Sera” in una corrispondenza da New York, “cascano in mano della camorra o della mafia, secondo il luogo di loro provenienza. Coteste due arpie del nostro disgraziato paese; qui fioriscono meglio che in Italia, perché qui si raccolgono i soggetti peggiori fra i caporioni, quelli che, se fossero in Italia, dovrebbero stare in prigione a scontare qualche condanna”. Una malapratica che persiste nel tempo. Ancora oggi i più spietati caporali nello sfruttamento della manodopera extracomunitaria in Calabria sono legati alla ‘ndrangheta.
Le cose non cambiano neanche con l’arrivo del nuovo secolo che sì apre con due omicidi eccellenti, quelli del re Umberto I e del presidente degli Stati Uniti, William McKinley, entrambi uccisi per mano di anarchici. Cresce il malcontento popolare contro l’aumento del prezzo del pane e il pagamento della fondiaria o del focatico. In Calabria c’è chi protesta anche per il mancato ampliamento dell’elenco dei poveri che dà accesso all’assistenza medica gratuita. Nelle numerose rivolte popolari, tantissimi contadini, alcuni anche minorenni, muoiono sotto i colpi dei moschetti scaricati sulla folla dai reali carabinieri».
La storia è sempre quella: violenza e sottrazione di atti nei tribunali, non è un fatto solo di Calabria o di Stretto di Messina, ma ancora le cronache registrano l’inverosimile.
«Passano 126 anni dalla vicenda degli “accoltellatori” di Reggio Calabria e la ‘ndrangheta riproduce gli stessi modelli in Val di Susa, in Piemonte, al confine con la Francia, dove viene sciolto il Consiglio comunale di Bardonecchia. È una decisione senza precedenti, la prima nel Nord dall’entrata in vigore nel 1991 della legge che consente l’azzeramento dei Consigli comunali per infiltrazioni mafiose.
“La cattiva fama che la cittadina dell’Alta Valle di Susa si porta dietro da oltre un ventennio, tuttavia, non è una novità, sebbene in quei giorni di primavera del ‘95 a Bardonecchia si cerchi di minimizzare e si finga perfino stupore per il provvedimento adottato dal Quirinale” scrive Massimo Novelli su “la Repubblica”.
Nel 1995 è ancora una volta lo stupore a fare da sfondo a una vicenda che ruota attorno a una serie di appalti per la costruzione di case e alberghi a Campo Smith, una zona donata al comune di Bardonecchia al volgere del secolo, con l’esplicita clausola di destinazione a parco pubblico e per un tempo indefinito.
Il nome è legato all’impresa dei due -fratelli norvegesi, Harald e Trigwe Smith, che nel 1909 avevano battuto il record mondiale dal trampolino con un salto di 44 metri proprio a Bardonecchia, già allora apprezzata località turistica, frequentata anche dal presidente del Consiglio dei ministri del tempo, Giovanni Giolitti.
Ceduta a un prezzo di gran lunga inferiore rispetto al valore di mercato, la zona Smith, negli anni Novanta, viene trasformata in zona residenziale. A seguito di un’inchiesta, vengono arrestati il sindaco e alcuni funzionari comunali con l’accusa di speculazione edilizia, varianti ingiustificate al piano regolatore generale e vendita sotto-costo di terreni. Dopo l’arresto, per manifestare solidarietà al sindaco e ai burocrati finiti in manette, scendono in piazza uomini di Chiesa ed esponenti politici di destra e di sinistra. Al processo di appello, amministratori e funzionari comunali vengono prosciolti e in parte risarciti per l’entrata in vigore di una nuova legge che modifica i criteri della valutazione dei terreni e che di fatto porta a sottostimarli.
Nel decreto di scioglimento, del Consiglio comunale di Bardonecchia nel 1995, il ministro dell’interno Antonio Brancaccio segnala l’esistenza di “un vero e proprio comitato di affari” che, soprattutto in materia edilizia e urbanistica, si mostra capace di influenzare le scelte e le attività degli organi del comune.
Molti fingono di stupirsi. Ma dopo lo scioglimento del Consiglio comunale, in città cambia poco o nulla. Nelle elezioni del 1996 la lista a sostegno del sindaco che guidava il Consiglio comunale sciolto per mafia ottiene il 70 per cento dei voti, dopo aver, incentrato la campagna elettorale sul tema della “continuità” e potendo contare sull’appoggio sia del Partito democratico, a sinistra, sia dei partiti di destra. Quattro dei nuovi eletti, tra cui il nuovo sindaco, facevano parte del Consiglio comunale sciolto per infiltrazione mafiosa».
Ma non è finita: gli americani tornano in Calabria e dettano legge in occasione delle elezioni amministrative del 1908; ecco il testo di un esposto inviato al Prefetto:
«L’amministrazione [comunale] presentendo la sua caduta non lascia mezzo alcuno intentato per conservarsi al potere, e quindi sguinzagliò nella lotta gli elementi peggiori dei bassi fondi sociali, malavita, mano nera di New York reduci dalle patrie galere, ed il compagno del bandito Musolino, Jatì Giovanni […] Questi tutti fanno capo a Filastò Gaetano, assessore, zio di Musolino e padre di un grave pregiudicato Filastò Francesco, troppo noto alla pubblica sicurezza. Tutto ciò per farsi un’idea che gente è sul terreno elettorale. L’amministrazione sa che non può vincere sul terreno legale e quindi tenta cercare disordini ed arbitrii per riuscire nell’intento. E per meglio ricamare il piano prestabilito ha scelto per sala elettorale, non quella del comune, ma un basso di casa Filastò, cioè del capo-partito Fava Stefano. Da dove con posizione privilegiata, si possono dai sullodati elementi provocare ogni sorta di provocazioni ed arbitrii con danno enorme agli avversari che resterebbero allo scoperto da questa disonesta strategia, preparata con arte a comprimere la volontà del corpo elettorale.
Nella denuncia, il notaio Fava fa anche riferimento all’uso dell’acqua irrigua concessa strumentalmente per “ragioni elettorali”, cioè con lo scopo di ottenere consensi».
Nel periodo fascista una amnistia del 1932 vanifica quel poco che si era fatto, nel discorso dell’Ascensione il Duce sulla Calabria e la malavita calabrese non fa neanche riferimento.
Poi gli anni e gli uomini passano e dopo il golpe Borghese, il clan De Stefano:
«Dopo il tentato golpe Borghese, il clan De Stefano e i suoi alleati incrociano la rivolta di Reggio che segna un momento decisivo del patto politico-affaristico-mafioso. Uno spazio opaco tra legale e illegale, fatto di collusioni e complicità. Si infiltrano tra le barricate, partecipano agli scontri con le forze dell’ordine e alimentano la strategia della tensione, come racconta Giacomo Lauro, ex boss di Pellaro. “Sono stato io a fornire la carica di tritolo utilizzata per far deragliare il direttissimo Palermo-Torino, all’altezza della stazione di Gioia Tauro” dichiara molti anni dopo ai magistrati. In quell’occasione, perdono la vita sei persone; altre sessanta rimangono ferite».
Per sedare la rivolta il “Pacchetto Colombo” prende il nome dell’allora Presidente dei Ministri, ma è una vera e propria trattativa con elargizioni finanziarie di potere togliendo a Reggio Calabria la propria egemonia.
Il 12 luglio 1967 una truffa di alcune decine di milioni al Banco di Napoli: nessuna meraviglia; poi in Sicilia si sono mangiati la Cassa di Risparmio per le province siciliane.
Non solo Calabria, Roma e Canadà, ma anche Germania:
«Ma la vicenda che porta la ‘ndrangheta alla ribalta nazionale e internazionale è la strage di Duisburg, a Ferragosto del 2007. In Germania, quel giorno, vengono assassinate sei persone nell’ambito di una faida che da anni insanguina San Luca. Dietro motivi apparentemente riconducibili a rivalità territoriali in Calabria ci sono gli interessi legati ai grandi traffici di droga e agli investimenti in Germania. La notizia finisce sulle prime pagine dei quotidiani tedeschi e italiani, ma anche americani, australiani e canadesi. Il “Los Angeles Times” definisce la ‘ndrangheta la regina del narcotraffico e il “The Guardian” una mafia ancora più potente di Cosa nostra.
È troppo per fare ancora finta di non vederla, lasciando l’impari lotta nelle mani di pochi magistrati che si affannano a chiedere riforme normative, ma anche adeguamenti degli organici».
Poi la faccenda Di Girolamo, senatore della nostra Repubblica e, anche, stranamente condannato per riciclaggio di due miliardi di euro.
Poi, facendo una parentesi fuori dal libro, penso alle processioni e ai funerali con i fiocchi e inorridisco.
Così come gli squarci di Fontana, questi eventi storici e documentati mi turbano e mi fanno diventare incredulo nella mia ignoranza.
Un Paese turbato profondamente, dove il sottile filo della corruzione ancora non viene percepito piano ma è il filo conduttore non solo del libro ma di quella realtà di cui probabilmente non ci libereremo mai, restando come scriveva Italo Calvino, l’onestà nel Paese dei corrotti, e io aggiungo: vorremo rubare nella città dei ladri e ci illudiamo di parlare di civismo, dove la violenza della politica stringe la mano insanguinata degli “accoltellatori” con la dinamite in digitale mondiale, in tempo reale, sono loro i primi veri autori della globalizzazione senza frontiere.
Politicamente parlando: chi resta fuori è un cornuto e, come tale, non è credibile né votabile. Io voto NO. Non voglio morire suicida della mia libertà di voto.








giovedì 17 novembre 2016

Articolo pubblicato su 100NOVE - ANNO n. II - NUMERO 43 - 17 Novembre 2016 - L’ITALIA CIVILE E L’OBESITÀ

L’ITALIA CIVILE E L’OBESITÀ

Achille Baratta



“Numerosi studi, in particolare quelli più recenti, hanno dimostrato che le persone sovrappeso e obese, prese nel loro insieme, non presentano disturbi psico­patologici maggiori significativamente più frequenti né più gravi né tipici rispetto agli individui di peso normale. Tuttavia il pesante stigma sociale che colpisce l’obesità, l’orientamento lipofobo della società contemporanea che esalta la magrezza e disprezza il grasso non è senza conseguenze, soprattutto per alcuni soggetti. Come hanno suggerito da tempo Friedman e Brownell, non dovremmo più cercare se le persone in eccesso di peso presentino di­sturbi psichici più spesso di quelle normopeso; ma piuttosto provare a capire quali soggetti, nella vastissima ed eterogenea popolazione sovrappeso/obesa, sono più esposti a vivere male la loro condizione morfologica e, quindi, sono più vulnerabili sul piano psicopatologico. È un orientamento della ricerca indicato dall’espressione inglese «risk-factor approach», coerente con un principio generale, «fil rouge» del nostro libro: il termine «obesità», per il criterio con cui è definito, copre una campo di fenomeni molto eterogenei. Tanto più nell’area degli aspetti psicosociali”.
Il “nostro libro” è quello di Ottavio Bosello e Massimo Cuzzolaro dal titolo “Obesità”, edito da “il Mulino”, stampato su carta Munken Print White di Arctic Paper, una riflessione questa che riguarda i rapporti tra obesità e rapporti psichici. Tutto gira intorno ad un interrogativo:
“L’obesità è una malattia? più sì che no; certo è che all’accumulo adiposo si associano spesso patologie somatiche, menomazioni funzionali e difficoltà psico-sociali; la speranza di vita tende a ridursi e la sua qualità a peggiorare, anche a causa dello stigma che incombe sulle persone grasse. In questo libro si affrontano tutti i problemi connessi all’obesità, dalle cause al perché della sua diffusione, dalle attuali possibilità delle cure mediche alla spinosa questione della chirurgia bariatrica, fino alle controversie intorno ai programmi di prevenzione”.
Ottavio Bosello ha insegnato Medicina interna nella Università di Verona, Massimo Cuzzolaro, Psichiatria e Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma.
Ma il loro scritto, su un delicatissimo tema sociale, che dall’America ora passa a noi europei è il frutto di una ricerca  capillare che è esposta nelle note del capitolo terzo.
In questo periodo di crisi economica, parlare degli antistecchini e della formosità esagerata è un momento di riflessione importante per i suoi aspetti sociali. Al di là della interpretazione metafisica e prettamente professionale l’attenzione viene rivolta verso l’individuo perché dopo l’analisi viene la cura: quando il fondo dell’abisso è stato toccato si ricomincia a salire.
Tra le altre righe si legge lo sforzo degli autori di andare oltre in tre direzioni canoniche della esigenza profonda di liberazione, della libertà dal bisogno, della libertà della diseguaglianza dei punti di partenza, della libertà dal lavoro digitalizzato, e che pur partendo dal bisogno fondamentale del vivere si protrae nel bisogno umano che oscilla tra amicizia e speranza.
Con queste fondamentali illuminazioni gli autori dibattono il problema dividendolo per capitoli il cui ordine non è casuale: una pandemia contemporanea; geni e peso corporeo; tra malattia e fattore di rischio, tra soma e psiche; le cure attuali e i loro limiti, costi dell’obesità e tentativi di prevenzione e, infine, una riflessione col legame con una malattia diabolica come il diabete, ecco quello che scrivono:
“Volgiamo ora l’attenzione al diabete, in particolare al tipo 2, responsabile di oltre il 90%. di tutti i casi di dia­bete e strettamente collegato all’obesità.
Negli Stati Uniti i malati di diabete, adulti e bambini, sono quasi 26 milioni, l’8,3 % della popolazione. Le per­sone giudicate secondo i parametri attuali in stato di pre­diabete sono 79 milioni. Tra gli adolescenti, la prevalenza del diabete, in particolare del diabete di tipo 2 legato all’obesità, è salita dal 9% nel 2000 al 25% nel 2008.
Nèl 2030 in Europa, una persona adulta su dieci sarà malata di diabete secondo le proiezioni dell’International Diabetes Federation. Per quanto riguarda l’Italia, dati re­centi e accurati relativi agli anni 2000-2011 sono stati diffusi on line dall’ISTAT attraverso il documento «Il diabete in Ita­lia». Riassumiamo sinteticamente qualche dato indicativo.
Tra il 2000 e il 2011 il numero dei malati di diabete nel nostro paese è salito di circa 800 mila unità. Il tasso standardizzato di prevalenza per 100 persone è salito da 3,9 a 4,6. Le tre cause principali di aumento sono state, con ogni probabilità, l’obesità, la sedentarietà e l’invec­chiamento della popolazione.
Come risultato, nel 2011 quasi 3 milioni di italiani hanno dichiarato di essere affetti dal diabete. Dal punto di vista della distribuzione geografica, i valori più elevati riguardano il Sud con circa 900 mila casi. Quanto al sesso, il diabete è più diffuso fra i maschi, almeno fino ai 74 anni. La prevalenza è maggiore nelle classi socioeconomiche più basse, dove sono anche più diffusi i maggiori fat­tori di rischio: obesità e inattività fisica.
La diffusione (prevalenza) aumenta con l’età: su 100 diabetici 80 hanno più di 65 anni e oltre i 75 anni almeno un italiano su cinque è colpito da questa patologia. Tra gli anziani affetti da diabete circa un terzo vive da solo. Il dato va incrociato con l’alta frequenza delle complicanze a lungo termine della malattia che, come si sa, sono profon­damente invalidanti: cardiopatie, malattie cerebrovascolari, insufficienza renale, glaucoma, retinopatie, cecità ecc.”.
Questo, come tutti i miei scritti esaltano la figura dell’“Uomo sapiens” perché sono fortemente convinto che l’informazione e la professionalità non possono scindersi perché sono entrambi essenziali e fondamento di una nuova Italia civile.
Noberto Bobbio aveva trattato questa tematica generale nel 1964 con un libro edito da Lacaita Editore, ma visto lo stato attuale della nostra civiltà è servito a poco. Eppure lui si chiama Noberto Bobbio e di obesità non si parlava perché si chiama opulenza.



sabato 1 ottobre 2016

Articolo pubblicato su MOLESKINE - anno 9 n. 9/10 - Settembre 2016 - LA METROSTRETTO - Lunga è la strada e larga la via. Basteranno i cannoni?



LA METROSTRETTO
Lunga è la strada e larga la via.
Basteranno i cannoni?

Achille Baratta

“Il bersaglio” è un insieme di saggi sulle professioni in cui si è inserito uno scritto di Alberto Mondini dal titolo “L’ingegnere”; erano gli anni Sessanta e si sentiva la necessità di una moderna inchiesta giornalistica sull’evolversi delle vecchie e nuove professioni frugate nella loro realtà e nelle loro prospettive al di fuori di ogni schema convenzionale.
Poi, passarono gli anni ma non si definirono mai gli schemi; forse l’autore intravedeva il tramonto del tecnigrafo che aveva sostituito la riga a T sui tavoli degli ingegneri.
Alberto Mondini va oltre e vede per la prima volta nell’ingegnere, oltre al progettista, il dirigente e scrive: “Poiché non sussiste vera tecnica se non costruita su base di economia obbiettivamente sana – cioè aderente alle richieste del mercato – è ovvio che l’ingegnere ha bisogno di essere indirizzato e sorretto, specialmente nei settori che rivestono carattere applicativo e professionale, non solo dal docente che, nell’ambito degli attuali programmi, può indicare solo vie e concetti fondamentali atti a illuminare la stretta relazione fra produzione ed economia, ma da un complesso di attività fatto di sperimentazione, di indagine e di letteratura capace di offrire allo studio fondamentale quegli indispensabili complementi che formeranno del laureato – e più sollecitamente che sia possibile – un elemento capace di assumere responsabilità economiche”.
Qualcuno dice con arroganza che una sola non manca al progettista-professionista: la noia.
Nell’aprile 2016, con l’editore Nottetempo, Luca Molinari scrive “Le cose che siamo”.
“La casa diventa voce psicanalitica di chi la desidera e di chi la progetta. E le finestre non sono più mediazione tra la forma della città e la residenza, ma riflesso di un’interiorità soggetta a cambiamenti radicali. Le ville bianche di Loos, tra Austria e Cecoslovacchia, con elegante ermetismo rivelano da una parte il sogno di un lontano e assolato Mediterraneo, e dall’altra l’idea che la casa sia il prodotto di un pensiero completamente privato. Gli eleganti volumi ancorati alla terra sono l’immagine più estrema, di una borghesia ormai indifferente alla città, al suo rumore e alla sua folla. Ogni casa è un labirinto della mente, dei ricordi e delle memorie che vi si andranno a sedimentare”.
Luca Molinari è critico e tiene un’interessante rubrica di architettura sul settimanale “L’Espresso”.
Lui scrive, tra l’altro: “Il progettista romano Franco Purini in un lavoro grafico e visionario del 2000 aveva immaginato una città per un milione di persone costituita da un milione di abitazioni. Per ogni casa, un abitante che vi avrebbe prima vissuto, poi l’avrebbe avuta come tomba. Alla fine della città avremmo avuto una monumentale, immensa necropoli. È un’immagine chiara: ognuno di noi è una, casa che non ci abbandona mai e in cui ritirarsi nell’ultimo respiro. Si nasce soli e si muore soli. Prima cresciamo nel ventre materno, vera abitazione-città all’origine della nostra esistenza, poi abbiamo bisogno di una casa nostra, luogo sacro, unico, indiscutibile, che può ampliarsi nel tempo ma che, alla fine, rimarrà sempre e comunque la stanza segreta in cui sarà concesso chiudersi all’ultimo”.
Sì, le case ma chi le progetta? Chi le pensa?
Non si può certamente identificare solo sul costruito o sul costruire, occorre allargare lo sguardo e occuparsi di urbanistica e, soprattutto, del territorio come una fabbrica di eventi, di panorami e di silenzi che devono guidare al mondo; ci sono e voglio essere interconnessi e sorvolati.
All’ingegnere, all’architetto si aggiunge una nota figura: quella dell’ideatore senza scopo di lucro che crede nella propria proposta e si ribella alle barriere della cultura e della politica che non sanno guardare dall’alto.
Al Circolo della Stampa di Milano, con grande eco nazionale, viene presentata “La metropolitana dello Stretto di Messina”: un collegamento a cinquanta metri d’altezza tra la Stazione Marittima di Messina e l’Aeroporto dello Stretto.
L’attraversamento dello Stretto ricalca quello già esistito tra le due sponde e costituisce un unicum mondiale, studiato da Massimo Majowiecki.
L’idea più redditizia al mondo una metropolitana che conurba le due sponde dello Stretto e non solo, è autosufficiente, è diventa la centrale fotovoltaica più grande del Sud.
Il sindaco di Messina è preso da altre mille problemi, compresa la sua sopravvivenza di Sindaco di quella città “No Ponte”.
La sua battaglia è terminata con l’appalto dell’opera e le sue finte di inizio lavori. Ma la verità è più cruda: l’opera e quindi il contratto non aveva copertura economica.
Tutto nel nostro Paese diventa normale; i ministri, a loro insaputa, comprano casa o fanno assumere i loro congiunti.
È meno normale proporre un’idea, i colleghi vogliono sapere i particolari e precedenti e se esistono al mondo soluzioni simili.
Tutto è sotteso da un’ignoranza abissale, che ha varcato lo Stretto ed è già un cittadino del mondo. Niente di nuovo, la storia si ripete. La domanda più semplice è quando si farà?
Loro dimenticano che a Messina il museo è in costruzione da un numero infinito di anni e che il nostro Assessore Regionale al Turismo non riesce ad aprirne almeno un salone. Non è divisibile in lotti, o meglio non ci hanno pensato mai: i lotti funzionali sono contro legge.
A proposito, la metropolitana è realizzabile in piccoli lotti e con la partecipazione di tutti. Il tempo previsto: 18 mesi; la spesa leggermente superiore a quella del contenzioso con l’impresa contraente che lievita ogni giorno e va oltre i 700 miliardi di euro.
Il sindaco, proviene dalla scuola e la ama come sua seconda casa e alla casa volante non ci crede.
Quelli dell’altra sponda dicono che li vogliamo invadere e che loro preferiscono non mescolare i Peloritani con l’Aspromonte.
Eppure i loro piani regolatori redatti da Samonà e Quaroni hanno sentito l’aria della conurbazione invocata dai progettisti.
Ma la vera domanda è: “Chi progetta: l’ingegnere, l’architetto o la politica?”
E la politica da chi è fatta nel nostro Sud, non pensata alla mafia, perché sbagliate con certezza.
Chi propone il nuovo è un visionario, ma il vecchio che ci ha dato? La disoccupazione giovanile è alla soglia di rottura; in Sicilia 700.000 giovani, di entrambi i sessi non studiano né lavorano; sono esperti in astronomia, guardano le stelle nelle notti di luna chiedendosi se durerà e fino a quando?
Renzo Piano nel 1990 per la sua Genova aveva guidato il futuro dei trasporti; si chiama Metrogenova e dichiarava “Porterò la gente in Piazza, per fermarmi dovranno prendermi a cannonate”; ma qua, in Sicilia, ai cannoni suppliamo “a scupetta”.
Nel capo delle arti creative niente di nuovo. Susumo Shingu con la sua vita e le sue opere ne è l’ispiratore.
Ecco la sua vita professionale: Nasce ad Osaka, in Giappone nel ‘60 si laurea a Tokyo, all’University of Arts, ottiene una borsa di Studio dal Governo Italiano, e studia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Del 1962-1966 sono le prime mostre collettive il Italia, Austria e Germania. Torna in Giappone e nel 1967 tiene a Tokyo la prima mostra all’aperto intitolata “Wind structures”.
Viene selezionato per l’Expo Internazionale di Osaka e durante il 1971-1972 è visiting artist all’Università di Harvard. Tiene a New York, al Pepsi-Co, Purchase, una mostra all’aperto intitolata “Wind and Water Sculputures”. Harry N. Abrams, pubblica la prima monografia “Shingu”. Vince in Giappone varie importanti mostre di scultura e nel 1984 tiene al Museo d’Arte Moderna di Hyogo una personale intitolata “Breathing Sculptures” e una personale alla Galleria Civica di Kanagawa nell’86. Vince il Gran Premio di Yokohama e il 18° Gran Premio dell’Arte Giapponese, nel 1987 espone una mostra itinerante all’aperto intitolata “Windcircus” a Brema, Germania; a Barcellona in Spagna e a Lahti in Finlandia. È invitato a Seoul per creare una scultura all’aperto per il Parco Olimpico. Nel 1989 vince il Gran Premio Speciale Henri Moore e tiene una personale a Parigi, all’Arts Center.
Questo è il vero simbolo della professione/idea, a cui dedicherò quella piccola parte di vita che mi resta.