Visualizzazione post con etichetta centonove. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta centonove. Mostra tutti i post

venerdì 28 luglio 2017

Articolo su 100NOVE PRESS - Anno n. III - n. 30 - 27 luglio 2017 - I MILLE GIORNI DI MATTEO RENZI






Mercoledì 13 luglio 2017 e il rottamatore diventa autore e per il suo libro è presente nelle librerie d’Italia. Poi va da Mentana e si confessa, noi partecipiamo a questo parto-culturale e ne sentiamo la sofferenza molto da lontano, perché qui nella nostra isola bruciata il libro arriva  nelle librerie solo venerdì 14 luglio , ma spazzatura di qualche giorno in fondo noi siamo al di qua dello Stretto e quindi siamo tra il fuoco e le onde del mare, Circe canta e noi non la sentiamo, non perché abbiamo le orecchie otturate ma perché Circe deve ancora arrivare.
Dobbiamo accontentarci di avere notizie di seconda mano o ancora di più i retroscena. Massimo Franco sul “Corriere della Sera” del  13 luglio 2017 scrive: «La metafora della “tenda” sta diventando pericolosamente  virale. Da quando Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo, ex premier ed ex presidente della commissione europea, ha raccontato di avere piantato una tenda simbolica vicino al Pd, intorno al partito di Matteo Renzi è spuntato un vero e proprio camping La convinzione è che se dovesse prevalere la spinta a escludere le minoranze e dunque a facilitare un altro strappo, non esisterebbe più il Pd. L’uscita di Orlando potrebbe portare con sé quasi per inerzia quella di Franceschini e dell’altro ministro, Graziano Delrio, finora leali alleati del segretario. Prodi pianterebbe la sua “tenda” sempre più lontano dal Pd. L’incontro di ieri a Bologna con Pisapia e Orlando può essere visto come una conferma.
La somma di questi corpo a corpo non promette riconciliazioni, semmai strappi progressivi. Ma l’esito prevedibile è che alla fine non ci sarebbero più il partito, opposto agli scissionisti entrati nell’orbita della nebulosa di Pisapia: ci sarebbe la metamorfosi renziana di ciò che resta del Pd, e dall’altra parte un nuovo Ulivo.
Il “camping” diventerebbe un vero agglomerato con ambizioni e consistenza almeno pari a quelli del partito d’origine. Ma Renzi, se vuole, è ancora in tempo per impedirlo. Il problema è questo: se vuole».
Poi ci sono i fuori onda:
“Poche parole a margine dell’intervista con Enrico Mentana su La7. Per esprimere «solidarietà a Salvini». Anche se, precisa il segretario dem Matteo Renzi «non parlo di queste cose, sono fatti privati». I fatti sono quelli relativi alle immagini di Elisa Isoardi pubblicate dal settimanale “Chi”. La conduttrice tv, compagna del leader leghista Matteo Salvini da circa un anno e mezzo, è stata fotografata mentre bacia un altro uomo a Ibiza. Salvini e Isoardi in passato avevano anche accennato alla possibilità di sposarsi”.
Poi ancora Massimo Franco parla di progetti e di prospettive occulte di fine estate di un segretario che nella sua toscanità vuole archiviare rottamandolo col nome di Matteo: «in questo caso la prospettiva, a sentire gli avversari, sarebbe di un segretario tentato a fine estate di archiviare il Pd per lanciare in modo esplicito il proprio partito. Una forza agile, fedele, magari intorno al 15-20 per cento ma in grado di far valere il proprio peso nelle trattative per il governo, in un Parlamento senza maggioranza: sebbene a “Bersaglio mobile”, su La7, Renzi abbia ribadito di volere il 40 per cento “per governare da soli”; e dal vertice si smentisca qualunque ipotesi di scissione e si ricordi che a ottobre si celebrerà il decennale della fondazione del Pd: un’occasione per ricucire, non per lacerare. Il problema sarebbe solo di evitare “un congresso permanente” e di rimettere in discussione una strategia e una leadership».
Il nostro quotidiano locale riferisce da Roma con uno scritto di Cristina Ferulli scrivendo che:
«Guarda “Avanti” ma sancisce  una rottura definitiva del passato il libro con cui  Matteo  Renzi riparte dopo la sconfitta del 4 dicembre: il leader nega che il suo arrivo a Palazzo Chigi sia avvenuto con un “golpe” ai danni di Enrico Letta, rovesciando la responsabilità sul Pd e ironizzando sulla “modalità broncio” del suo predecessore nel famoso passaggio della campanella. Una versione senza sconti, condita da frecciate ad un governo “di cui nessuno ricorda niente tranne l’aumento dell’Iva”, alla quale Letta replica con poche ma nette parole di “disgusto” per “ennesime scomposte provocazioni”.
Dice di aver scritto il libro da solo, “senza ghost writer”, il leader Pd. E si vede. 235 pagine, pubblicate con Feltrinelli, in cui Renzi racconta i suoi Mille Giorni al governo con passione, entusiasmo ma anche con quella vis polemica che i suoi critici hanno sempre definito arroganza. Tornano dopo le dimissioni spinto “dalle 26 mila mail” di chi gli diceva di non mollare -  a loro è dedicato il libro -, il segretario dem guarda al futuro, pur assicurando di non “avere l’ossessione” di tornare al governo.  E se la proposta all’Europa per portare il deficit al 2,9% per 5 anni “dando 30 miliardi all’anno per la crescita” come la “svolta” sui migranti è stata anticipata nei giorni scorsi, l’ex premier tiene invece in serbo, per raccontare il libro nel giorno del debutto in libreria, soprattutto le parti polemiche.
L’idea del libro, d’altra parte, era nata proprio dalla volontà di ricostruire la scalata a Palazzo Chigi. “L’idea che si sia trattato di una coltellata alle spalle è una fake news –scrive Renzi – come se Letta fosse stato usurpato di chissà quale investitura democratica o popolare” e invece “l’unica volta in cui Enrico si era candidato alle primarie, nel 2007, aveva raccolto la miseria dell’11% dei voti. È la “democrazia, bellezza”, è invece la versione dell’ex sindaco di Firenze che rivendica l’affettuosità dell’“Enrico stai sereno” e dice che lo rifarebbe. Il Pd “ha semplicemente deciso di cambiare cavallo” e Letta, a suo avviso, invece di prendere atto decide “di fare la parte della vittima che funziona sempre in un paese in cui si ha più simpatia per chi non ce la fa che per chi ci prova».
Poi l’autrice, che possibilmente non ha avuto il tempo di leggere il libro, conclude:
“Ma ci sono i momenti in cui sono i gesti a contare più delle parole. Poi ci sarebbero le pernacchie ma quelle sono sonore e non visive e quindi oscene.
 Ma la vera oscenità è che il libro arriva in una città bruciata solo il 14 luglio 2017, quando tutto il clamore è scomparso, così come sono scomparsi i nostri boschi.
Il villaggio di Stepancikovo di Dostoevskij è molto lontano ma tutto ritorna: Falaley era straordinariamente bello: il suo viso era come quello di una graziosa contadinella, la generalessa lo coccolava e lo viziava, trattandolo come un giocattolo prezioso”.
E poi aggiunge: è quasi una cagnetta.
Questi autori classici, sono fuori della nostra attualità ma quasi sempre ci azzeccano e se tutto il tema del libro fosse per dire soltanto io non sono un giocattolo o una cagnetta – ma un uomo!
Ma essere uomo è un’affermazione monca, bisogna aggiungerci un aggettivo indispensabile: libero.
Ma nella nostra città bruciata e svuotata di ogni contenuto anche questo aggettivo è fuori dalle righe: non abbiamo industrie, viviamo o moriamo non interessa a nessuno, gli appalti sono portati per mano, così tutto quello che ci circonda perfino le granite, tutti lo sanno ma nessuno lo dice.
Qua siamo tutti rottama tori e quelli che non hanno voluto aderire alla mattanza condannati al carcere preventivo.
Il rottamatore si occupa, bontà sua, del nostro Franco Antonio Genovese: scusatio non petita accusatio manifesta. Letta dice un caso di schizofrenia io dico un caso di malasanità.
Venerdì 14 luglio su “La Repubblica” Claudio Tito scrive:
“Basta vedere quel che sta accadendo in questi giorni. Non solo il segretario del Pd Matteo Renzi ha scritto un libro con la apparente intenzione di menare fendenti a destra e a manca anziché provare a ordinare le idee per una eventuale rivincita elettorale”.
Ad una seria notazione e non rottamazione l’autore non diventi gladiatore del babbo lasciando fuori la madre. Aspettiamo la super rottamazione che purtroppo fa rima con rivoluzione per carestia e per sete.
Ma non voglio sembrare un profeta di cattivo augurio e concludo con le parole dell’autore.
Nell’introduzione del libro il vate premette che si tratta di una storia strana e conclude:
«Ai ragazzi che incontravo da presidente del Consiglio in carica ho ripetuto più volte: “Se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque di voi”. Loro si mettevano a ridere.. Ma io ero serio. E lo sono tuttora: se il paese più istituzionalmente gerontocratico si pemette di dare le chiavi del palazzo per tre anni a un under 40 venuto dal nulla significa che tutto è veramente possibile. Bisogna crederci, però, avere l’ardire di provarci. Non lasciare che i professionisti del “si è sempre fatto così” abbiano ancora la meglio. Tutto può cambiare, io ci credo ancora. Anzi, dopo quello che ho visto, ci credo ancora di più.
Non ci interessa cambiare l’immagine per gratificare il nostro ego. Noi vogliamo cambiare l’Italia per i nostri figli.
E questa Italia la cambieremo. Andando avanti, insieme».
Ma siamo sicuri di questa affermazione?
Lo vedremo alle prossime elezioni!

Il ponte dello Stretto di Messina al prossimo giro lo scrittore o il demolitore?




giovedì 17 novembre 2016

Articolo pubblicato su 100NOVE - ANNO n. II - NUMERO 43 - 17 Novembre 2016 - L’ITALIA CIVILE E L’OBESITÀ

L’ITALIA CIVILE E L’OBESITÀ

Achille Baratta



“Numerosi studi, in particolare quelli più recenti, hanno dimostrato che le persone sovrappeso e obese, prese nel loro insieme, non presentano disturbi psico­patologici maggiori significativamente più frequenti né più gravi né tipici rispetto agli individui di peso normale. Tuttavia il pesante stigma sociale che colpisce l’obesità, l’orientamento lipofobo della società contemporanea che esalta la magrezza e disprezza il grasso non è senza conseguenze, soprattutto per alcuni soggetti. Come hanno suggerito da tempo Friedman e Brownell, non dovremmo più cercare se le persone in eccesso di peso presentino di­sturbi psichici più spesso di quelle normopeso; ma piuttosto provare a capire quali soggetti, nella vastissima ed eterogenea popolazione sovrappeso/obesa, sono più esposti a vivere male la loro condizione morfologica e, quindi, sono più vulnerabili sul piano psicopatologico. È un orientamento della ricerca indicato dall’espressione inglese «risk-factor approach», coerente con un principio generale, «fil rouge» del nostro libro: il termine «obesità», per il criterio con cui è definito, copre una campo di fenomeni molto eterogenei. Tanto più nell’area degli aspetti psicosociali”.
Il “nostro libro” è quello di Ottavio Bosello e Massimo Cuzzolaro dal titolo “Obesità”, edito da “il Mulino”, stampato su carta Munken Print White di Arctic Paper, una riflessione questa che riguarda i rapporti tra obesità e rapporti psichici. Tutto gira intorno ad un interrogativo:
“L’obesità è una malattia? più sì che no; certo è che all’accumulo adiposo si associano spesso patologie somatiche, menomazioni funzionali e difficoltà psico-sociali; la speranza di vita tende a ridursi e la sua qualità a peggiorare, anche a causa dello stigma che incombe sulle persone grasse. In questo libro si affrontano tutti i problemi connessi all’obesità, dalle cause al perché della sua diffusione, dalle attuali possibilità delle cure mediche alla spinosa questione della chirurgia bariatrica, fino alle controversie intorno ai programmi di prevenzione”.
Ottavio Bosello ha insegnato Medicina interna nella Università di Verona, Massimo Cuzzolaro, Psichiatria e Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma.
Ma il loro scritto, su un delicatissimo tema sociale, che dall’America ora passa a noi europei è il frutto di una ricerca  capillare che è esposta nelle note del capitolo terzo.
In questo periodo di crisi economica, parlare degli antistecchini e della formosità esagerata è un momento di riflessione importante per i suoi aspetti sociali. Al di là della interpretazione metafisica e prettamente professionale l’attenzione viene rivolta verso l’individuo perché dopo l’analisi viene la cura: quando il fondo dell’abisso è stato toccato si ricomincia a salire.
Tra le altre righe si legge lo sforzo degli autori di andare oltre in tre direzioni canoniche della esigenza profonda di liberazione, della libertà dal bisogno, della libertà della diseguaglianza dei punti di partenza, della libertà dal lavoro digitalizzato, e che pur partendo dal bisogno fondamentale del vivere si protrae nel bisogno umano che oscilla tra amicizia e speranza.
Con queste fondamentali illuminazioni gli autori dibattono il problema dividendolo per capitoli il cui ordine non è casuale: una pandemia contemporanea; geni e peso corporeo; tra malattia e fattore di rischio, tra soma e psiche; le cure attuali e i loro limiti, costi dell’obesità e tentativi di prevenzione e, infine, una riflessione col legame con una malattia diabolica come il diabete, ecco quello che scrivono:
“Volgiamo ora l’attenzione al diabete, in particolare al tipo 2, responsabile di oltre il 90%. di tutti i casi di dia­bete e strettamente collegato all’obesità.
Negli Stati Uniti i malati di diabete, adulti e bambini, sono quasi 26 milioni, l’8,3 % della popolazione. Le per­sone giudicate secondo i parametri attuali in stato di pre­diabete sono 79 milioni. Tra gli adolescenti, la prevalenza del diabete, in particolare del diabete di tipo 2 legato all’obesità, è salita dal 9% nel 2000 al 25% nel 2008.
Nèl 2030 in Europa, una persona adulta su dieci sarà malata di diabete secondo le proiezioni dell’International Diabetes Federation. Per quanto riguarda l’Italia, dati re­centi e accurati relativi agli anni 2000-2011 sono stati diffusi on line dall’ISTAT attraverso il documento «Il diabete in Ita­lia». Riassumiamo sinteticamente qualche dato indicativo.
Tra il 2000 e il 2011 il numero dei malati di diabete nel nostro paese è salito di circa 800 mila unità. Il tasso standardizzato di prevalenza per 100 persone è salito da 3,9 a 4,6. Le tre cause principali di aumento sono state, con ogni probabilità, l’obesità, la sedentarietà e l’invec­chiamento della popolazione.
Come risultato, nel 2011 quasi 3 milioni di italiani hanno dichiarato di essere affetti dal diabete. Dal punto di vista della distribuzione geografica, i valori più elevati riguardano il Sud con circa 900 mila casi. Quanto al sesso, il diabete è più diffuso fra i maschi, almeno fino ai 74 anni. La prevalenza è maggiore nelle classi socioeconomiche più basse, dove sono anche più diffusi i maggiori fat­tori di rischio: obesità e inattività fisica.
La diffusione (prevalenza) aumenta con l’età: su 100 diabetici 80 hanno più di 65 anni e oltre i 75 anni almeno un italiano su cinque è colpito da questa patologia. Tra gli anziani affetti da diabete circa un terzo vive da solo. Il dato va incrociato con l’alta frequenza delle complicanze a lungo termine della malattia che, come si sa, sono profon­damente invalidanti: cardiopatie, malattie cerebrovascolari, insufficienza renale, glaucoma, retinopatie, cecità ecc.”.
Questo, come tutti i miei scritti esaltano la figura dell’“Uomo sapiens” perché sono fortemente convinto che l’informazione e la professionalità non possono scindersi perché sono entrambi essenziali e fondamento di una nuova Italia civile.
Noberto Bobbio aveva trattato questa tematica generale nel 1964 con un libro edito da Lacaita Editore, ma visto lo stato attuale della nostra civiltà è servito a poco. Eppure lui si chiama Noberto Bobbio e di obesità non si parlava perché si chiama opulenza.



giovedì 29 settembre 2016

Articolo pubblicato su 100NOVE - Anno II - Numero 36 - 29 settembre 2016 - LA MIA PIAZZA CAIROLI E LA SUA MESSA IN SICUREZZA


Achille Baratta*

Quali sono i compiti di un progettista? Semplice e nello stesso tempo complicato. Ricercare sull’etica professionale e sfogliare l’alfabeto della rivoluzione culturale può servire, spendere quasi niente, innovare, incuriosire e dare il massimo del coefficiente costi-benefici. Andare a Piazza Cairoli a vederla circoscritta e quasi crocifissa dalla intolleranza e dalla trascuratezza ti fa imprecare, ma a che serve, forse è meglio progettare e proporre, per far uscire da quel sacco di iuta che fa esclamare a chi ci guida: siamo alla sbaraglio.
Ormai da mesi lavoro a questa ardita soluzione che vuole essere più che un progetto, un segno grafico di 60 artisti e l’offerta di alcuni operatori nel campo della ceramica artistica di Sicilia.
Una coniugazione quasi infantile, ma difficile da percorrere, eppure la Regione Sicilia (www.regione,sicilia.it) si spende molto bene e chiaramente descrivendo un semplice grafico d’artista per i social media.
Un’opera d’arte di strada per identificare i profili social che la Regione Sicilia ha attivato per raccontare tutte le attività legate al Fondo Sociale Europeo Sicilia 2020, scambiare contenuti e creare relazioni con i propri interlocutori web.
È la scelta che ha operato il Comitato di sorveglianza dei procedimenti legati all’Fse Sicilia 2020 e ha individuato un’opera di Renato Hunto, un artista di strada di scuola cubista che ha donato alla città di Palermo una bellissima opera dipingendola sul muro di una piccola strada in un quartiere povero.
Una ragione in più per valorizzare un’opera che con il suo linguaggio visivo esprime valori e contenuti coerenti con lo stile che la Regione ritiene debba essere manifestato dal Fse Sicilia 2020 anche nei media sociali. L’arte urbana è, infatti, una forma di cultura vicina ai cittadini, proprio come intende essere l’amministrazione, a diretto contatto con le persone.
L’opera di Hunto, che è stata chiamata “Allegra” per i colori vivacissimi, attrae e rende gli account dell’Fse Sicilia 2020 immediatamente riconoscibili, soprattutto ai giovani, ma contemporaneamente li rende coerenti con il messaggio culturale che il Comitato di sorveglianza del programma comunitario intende perseguire in ogni sua azione di comunicazione.
Il dodici settembre al Salone delle Bandiere del Comune di Messina ho presentato il progetto redatto con la collaborazione di sessanta artisti che si dichiarano disponibili presentando i relativi bozzetti inseriti nel progetto da collocare in modo ordinato nella pavimentazione prevista in cemento colorato.
Poi le osservazioni costruttive che sono nate nel dibattito mi hanno portato a proporre una soluzione per mettere in sicurezza le pensiline e adornarle con le opere direttamente regalate dagli artisti, poi un’altra soluzione molto economica che prevede una spesa complessiva inferiore a 18.000 euro con ripristino dell’attuale tavolato evidenziando che il realizzato è infiammabile e difforme dallo strumento urbanistico.
E poi, infine, una soluzione “allegra” con delle ceramiche siciliane che saranno donate all’Amministrazione per impreziosire una piazza che finalmente potrà essere tematica e allegra.
La spesa circa 80.000 euro, un decimo di quella di cui si chiede il finanziamento.
Nessuna proposta sovversiva e irrazionale ma semplicemente una messa in sicurezza che produce bellezza.
Non posso essere io, i miei artisti o miei ceramisti disponibili a donare a darmi un voto.
Ma se condividete date un segno, se siete contrari sparate, ma è proprio il silenzio che uccide e non avere opinioni, oggi, non è possibile, specialmente quando si tratta del cuore commerciale della tua città.
Il commercio non è poi la chiave di volta di un’economia? Ma nel caso di una piazza è il simbolo della città, che non va esportato o distorto per interessi paralleli che tendono ad esaltare il brutto per mortificare una città che cerca le soluzioni per sopravvivere o evitare che l’università chiuda per mancanza di allievi e che continui l’epidemia di chi va a curarsi altrove.
Permetteteci,almeno, di prenderci una granita di caffè con panna in una Piazza Cairoli ridente, che con pochi euro diventi da ricettacolo d’immondizia una cosa semplicemente “unica”.

Probabilmente un progetto gratuito non vale niente, ma è fatto con amore!

* Ingegnere progettista





giovedì 4 agosto 2016

CENTONOVE - Anno II - Numero 31 - 4 agosto 2016 - PASSAGGIO IN SICILIA

PASSAGGIO IN SICILIA TRA BAGHERIA E CEFALÙ
PASSANDO DA RENATO GUTTUSO

Achille Baratta

Mio padre, ing. Vincenzo, oltre ad essere un ottimo strutturista era un uomo colto e quindi la nostra casa era sempre piena di libri.
Guido Piovene col suo “Viaggio in Italia”, nella sua prima edizione Arnoldo Mondadori del 1957, era presente con numero dei 999 esemplari ed io ragazzo innamorato più del modo di scrivere che dei contenuti, mi coricavo e mi addormentavo con questo libro tra le braccia.
Ora ho comprato un altro testo completamente diverso che nonostante la mia età, mi ha affascinato. È un viaggio che parte da Quarto per sbarcare in Sicilia, l’autore è Massimo Onofri, che diventa uno dei garibaldini e ci racconta “Passaggio in Sicilia” per l’editore Giunti.
Pensavo che fosse una barba, invece è un vocabolario di citazioni e di emozioni che oscillano tra “Palermo non esiste”, “a cena da Don Mariano”, “nel regno della mafia”, “Da Bagheria a Cefalù”, “San Mauro Castelverde”, “Polizzi Generosa”, “Marsala”, “Mazara del Vallo”, “Enna”, “Licata e Gela”, “Comiso”, “Siracusa”, “Catania”, “senza Messina e poi ritorno ad Alghero”.
Scrivere dei contenuti e delle riflessioni letterarie che partono dalla storia di Mondello e del suo premio, per poi guardare oltre tra prosodia, sortilegio e miraggi, è certamente molto interessante e, non solo affascinante.
Ma in questa recensione voglio mettere l’accento solo su un capitolo: Da Bagheria a Cefalù: pittori, porti e marinai e io aggiungo carrettieri e ristoratori “Don Ciccio” e a Zza Maria.
E scrive: Siamo a Bagheria: impossibile per me, non tornarci. Troppe cose, quel paese, rappresenta: i quadri di Guttuso; i versi di Ignazio Buttitta; le straordinarie fotografie in presa, diretta di Ferdinando Scianna; “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, che commosse Sciascia nei suoi ultimi mesi di vita. Ma, soprattutto, la «farnetica» villa dei Mostri.
Certamente interessante quando racconta di Renato Guttuso: Il quale, non avendo avuto discendenti, ne ha adottato il figlio Fabio, allora trentaduenne, a soli otto giorni di distanza dalla morte della moglie Mimise. Dico Fabio: che festeggia il compleanno proprio nel giorno in cui Guttuso è morto. Ma più di tutte, a me è cara mamma Ginevra, donna di rarissimo fascino e di grande temperamento, che ho incontrato per prima, non so più quanti anni fa se a Palermo o sulle Madonie, a un convegno su Giuseppe Antonio Borgese, dove mi parlò di Marco, che è quasi mio coetaneo. Poi li ho conosciuti tutti: dentro un’amicizia sempre più nutritiva.
Per capire che uomo sia stato Marcello Carapezza, vale forse la pena di citare un dibattito che fece molto scalpore in Italia nel 1983, quando, sull’Etna, una celata lavica incombeva minacciosamente sul paese di Nicolosi. Marcello Carapezza propose di agire con l’esplosivo, per deviare appunto il magma e salvare così il paese.
Ma il vero protagonista è Fabio che secondo l’autore è così descritto: Fabio è prefetto: ma la sua vera vocazione si giuoca tutta nel promuovere l’opera di Guttuso nel migliore dei modi. Mai adozione fu più indovinata di quella di Fabio: basterebbe pensare a quanto sia stato sfortunato il mio grande amico e maestro Luigi Baldacci. Fabio, invece, ha provveduto ad accrescere e valorizzare il grande patrimonio ereditato, e non certo a fini personali: ha fondato gli archivi Guttuso, la cui sede è nel palazzo del Grillo a Roma, quello dove hanno vissuto l’ottocentesco marchese interpretato da Alberto Sordi e, appunto, Guttuso; ha integrato la collezione del museo di Bagheria intitolato al pittore con molte delle Opere ereditate; ha promosso di continuo mostre e pubblicazioni, da ultimo un volume, stampato nei Classici Bompiani, ove sono raccolti tutti gli scritti di Guttuso, davvero sorprendenti, per cui ho scritto la prefazione. Ma la storia più singolare, e per me più affascinante, è quella di Attilio, il figlio maggiore, che ha avuto un’importante carriera di anglista all’Università di Palermo e che ora, in pensione, può finalmente dedicarsi a tempo pieno all’altra sua grandissima passione: lo studio degli insetti, soprattutto gli eterotteri, comunemente noti col nome di cimici.
Ma a proposito di cimici, di mosche e di farfalle, come non ricordare a proposito di Guttuso, Marta Marzotto nel suo “Smeraldi a colazione”, quando riporta una filastrocca che il maestro aveva scritto per lei: “Marta Martina/ notte e mattina/ giunco regina/ Marta mondina/ arma marina/ Marta di spuma/ l’onda ti consuma/ Marta bambina/ nube e regina/ Marta ragazza/ saggia e pazza/ Marta acqua bionda/ pena profonda/ Marta lontana/ pena inumana/ Marta divisa/ certa e indecisa/ Marta ha due amori uno dentro, uno fuori Marta assediata/ nel sonno svegliata/ Marta sfinita/ pernice ferita/ Marta in soffitta/ spada trafitta/ Marta sorriso/ cuore diviso/ Marta ridente/ per tanta gente/ Marta alle mani coi pescecani/ Marta adorata/ pensata amata/ Marta cometa/ l’uomo si disseta/ Marta impossibile/ vita terribile/ Marta pensiero/ del prigioniero”.
Marta Marzotto dopo aver descritto mille giorni di felicità ci racconta del funerale di Renato Guttuso.
Non è questa la vera sintesi di un pittore di carretti che dipingendo, scrivendo e amando anche in sordina, cambia la pittura a se stesso, diventando il vero simbolo di un’epoca.
Mi sono arrogato il diritto di scrivere di “Un passaggio in Sicilia” monco, ma come scrive la contessa Marta: “Mafai definì Guttuso un comunista anomalo ma allo stesso tempo fedelissimo al Pci: «Io sono convinta che la sua fedeltà, così esibita, persino ostentata, nei confronti del Pci avesse un’altra motivazione: era lo scotto che egli pagava a se stesso, non ad altri, per la sua vita fastosa, per quel vivere da gran signore, in modo generoso dissipato superbo, che gli era connaturato e indispensabile». Diceva Guttuso nel racconto della Mafai: «Bevo solo whisky e champagne». E ammetteva: «Ho bisogno di avere sempre una forte somma di danaro in tasca (come Sartre, del resto, che non usciva mai di casa, ai suoi tempi, senza avere addosso almeno un. milione)»”.
Dite che sono storie che possono essere solo vissute dai  Siciliani e noi siciliani vogliamo restare senza dimenticare la mafia e le banche.






giovedì 14 luglio 2016

CENTONOVE - Anno II - Numero 28 - 14 luglio2016 - CON GIUSEPPE DI FAZIO LA NOTIZIA DIVENTA STORIA VISTA DALLA SICILIA

CON GIUSEPPE DI FAZIO LA NOTIZIA DIVENTA STORIA VISTA DALLA SICILIA
Achille Baratta
È mascherato il venditore di giornali che è rappresentato nella copertina del libro “La notizia diventa storia” di Giuseppe Di Fazio, Domenico Sanfilippo Editore in abbinamento al quotidiano “La Sicilia” e si interpone tra noi e l’autore per dirci la verità scritta e vissuta da un protagonista dello scrivere in Sicilia per la “la Sicilia”.
Per raccontare dei fatti di Sicilia occorre essere siciliani come Alfio Caruso, Sebastiano Ardita, Antonio Prestinenza, Aldo Carratore, Piero Corigliano, Agatino Cariola, Roberto Cellini, Pietro Barcellona e, non per ultimo, il giornalista scrittore Nino Milazzo con il suo recentissimo romanzo profondamente siciliano “I prigionieri di Sirte” (edito da Bonanno) e in questo deserto dei tartari Giuseppe Di Fazio con la sua modestia e la sua intelligenza non è secondo a nessuno. E, poi, ancora Giuseppe Gennaro, Salvatore e Pietro Nicolosi, Francesco Consoli, Livio Messina, Renzo Di Stefano e Filippo Macrì.
Il giornalismo è la storia immediata vissuta ogni giorno in redazione dimenticando tutto quello che personalmente ti coinvolge per essere solo al servizio di un’etica forte: lui scrive:
La battaglia dell’informazione, tradizionalmente, è stata basata sulla necessità di arrivare per primi a dare una notizia, in modo da conquistare più lettori, più visualizzazioni o più share. Per ottenere questo scopo alcune reti tv hanno persino anticipato di 30 secondi o di un minuto l’arrivo del nuovo anno.. Ma non basta arrivare per primi per fare buona informazione, occorre verificare la veridicità dei fatti, scavare nella profondità della notizia, contestualizzarla, scoprirne i nessi con altri eventi e con i desideri profondi della gente. Attraverso questo lavoro paziente, che a volte esige la fatica di andare a seguire di persona gli avvenimenti o di condividere le sofferenze degli sfollati, dei terremotati e dei migranti in fuga, l’informazione offre materiale utile al racconto degli storici. Anzi, diventa, essa stessa narrazione storica: come notava Camus, il giornalista è lo storico del momento.
Pietro Barcellona, filosofo del diritto ed editorialista, sosteneva addirittura che ogni intellettuale dovrebbe cimentarsi nella sfida di «vedere la cronaca quotidiana dei fatti come il progressivo emergere dei segni dei tempi che costituiscono il tessuto della storia e dei suoi processi». In questa fatica, pur dentro le rigide regole della comunicazione immediata, il giornalista può accendere un faro su una società disorientata dall’enorme e incontrollato flusso delle informazioni offrendo una ipotesi per comprendere il presente.
Seguendo queste tracce, scrive l’autore, il giornalista può arrivare alla medesima consapevolezza degli storici, nella consapevolezza e al fondo della propria esperienza lasciano sempre aperto uno spiraglio a quella che non si conosce ma probabilmente si conoscerà.
Chi scrive con passione e di getto, ti porta per mano a danzare nel mondo dell’informazione per guidarti a non sbagliare tempo e che tutto va guardato nel contesto dell’orchestra e del salone dove balli, compresi i visi dei servitori e degli stessi invitati che sembrano essere di marmo ma trafficano sotto i tavoli e non solo mafiosi ma protagonisti di un presente che ci sfugge, osservando e raccontando la realtà senza pregiudizi ideologici.
Andare indietro nel tempo al marzo del 1946 e, in particolare, al separatismo siciliano è una tappa d’obbligo, e lui scrive:
Russo non volle affrontare la questione “ideologicamente”, sfoderando fondi e commenti per combattere un fenomeno considerato dannoso per l’Isola. Decise, piuttosto di inviare il giornalista allora dotato di maggiore esperienza per capire anzitutto quali motivazioni spingessero tanti giovani nelle braccia del movimento separatista, per raccontarne la vita alla macchia e per indagare sulla reale leadership del movimento e sui suoi legami col banditismo. L’inchiesta è interessante soprattutto perché ci offre un metodo del lavoro giornalistico. Il primo dato è il desiderio di capire il fenomeno. E per capirlo bisogna vederlo dall’interno. «È bella la macchia per chi la vede da turista; può essere interessante per chi la osserva da giornalista – scrive il 3 marzo 1946 Giuseppe Gennaro – ma è terribile per chi è costretto a viverci». Eppure, prosegue Gennaro, «quelli dell’Evis (Esercito volontario per l’Indipendenza della Sicilia, ndr) bivaccano alla macchia e si preparano alla guerra». Ancora più interessanti sono le domande da cui parte l’inviato del quotidiano catanese: «Chi spinse questi giovani a infrangere l’ordine di una legge costituita, a bruciare dietro di loro tutti i ponti, e a scavarsi davanti un abisso, a vivere come su un filo rasoio?». Molti di questi giovani, nota Gennaro, non scappavano per coprire un passato di cui vergognarsi né avevano bisogno di riconquistare una «verginità politica o morale». Rischiavano la vita per un ideale, o per una illusione. «La macchia – scrive Gennaro – ha le sue esigenze, ferree e ineluttabili, né l’ideale che ancora li anima è sufficiente ad assicurare il loro vivere».
Poi ai facinorosi si affiancano i malavitosi; ma la goccia fredda venne dall’America:
per bocca del senatore Goffrey, membro della commissione per le relazioni che dichiarò: «Soltanto col mantenere un fronte unito i popoli della Sicilia e dell’Italia possono sperare di usufruire dei benefici di una pace duratura. La nostra posizione ufficiale è che non daremo il nostro appoggio a nessun movimento tendente al separatismo o alla suddivisione».
E poi la cabina di regia ci porta nell’estate del 1953 un cronista riferì al direttore de “La Sicilia” (dopo Russo era subentrato al timone del quotidiano catanese Antonio Prestinenza) che a Siracusa migliaia di persone andavano quotidianamente in processione in una casetta in via degli Orti dove si diceva vi fosse un quadretto della Vergine che lacrimava. Il cronista non mancò di aggiungere il suo commento: «Sono tutte sciocchezze». Prestinenza si attenne ai fatti, e al cronista rispose: «Non spetta a noi criticare né tantomeno decidere sul fervore religioso di chi crede al miracolo. È nostro compito registrare il fatto che migliaia di cittadini per la strada gridano a quel miracoloso dono. Chiamiamo il corrispondente Aldo Carratore».
Il direttore non era un clericale baciapile; era però un giornalista, e come tale lasciava prevalere la realtà del fatto sulle opinioni personali. Anche in questo caso è interessante il metodo seguito dal giornale: chiamare un giornalista locale e chiedergli di osservare quello che lì stava accadendo e di raccontarlo. Osservare e raccontare. Grazie a quelle cronache, avrebbe scritto molti anni più tardi il condirettore Piero Corigliano, «La Sicilia uscì dalla cinta daziaria di Catania e invase le edicole della consorella [Siracusa]».
E ancora i fatti con lo sguardo appannato: il caso dei minori nella Formazione professionale e il diritto allo studio che ci viene violato contro l’art. 120 della Costituzione, poi Centuripe in comune isola, nell’isola che non c’è. poi Santa Croce Camerina, il caso Loris come banalità del male, la mafia e la questione minorile, le vicende di Don Pino Puglisi, il giudice ragazzino che voleva dare un’anima alla legge e che ha pagato immolando il suo corpo e la sua stessa anima e, poi, la lotta contro la paura:
che tiene schiavo un popolo – come ci ha insegnato Vaclav Havel – per risultare vittoriosa non ha bisogno di grandi masse. Essa necessita semplicemente di un soggetto nuovo – la persona – capace di sfidare il potere in nome della verità e in forza di un profondo desiderio di libertà. I regimi dittatoriali (ieri l’impero sovietico, oggi l’Isis) hanno una spina nel fianco: le persone che non si assoggettano allo strapotere e che sono capaci di sfidare la paura. E poi, ahimè, sullo sfondo le rivoluzioni, un presagio o una realtà potenziale?
Il lavoro che ci attende per uscire dalla crisi in cui ci troviamo impantanati – crisi antropologica, prima che, economica – riguarda una paziente educazione a riscoprire la realtà, e in particolare l’altro, come possibilità di bene e non come minaccia. L’universo del nostro immaginario collettivo è costellato di barriere per difenderci da possibili nemici, che non sono più soltanto i lontani, da parte loro estranei e magari ostili alla nostra tranquillità, sono paradossalmente anche i nostri vicini, quelli che un tempo, usando un’espressione della tradizione cristiana, chiamavamo il prossimo. Nella nostra epoca, dunque, si impone l’urgenza di riconoscere che «la cultura degli altri è come lo specchio nel quale rifletterci per comprenderci meglio». Lo straniero, così come il vicino di casa, non sono i nemici di cui avere paura. Sono l’opportunità per andare nella profondità di noi stessi e vivere in pienezza la nostra umanità. Accogliere questa possibilità – in un tempo di migrazioni di massa dal Sud del mondo e di nuovo terrorismo – significa per l’Europa deporre l’idea di essere un fortilizio assediato e concepirsi di nuovo come «lo spazio in cui si possano incontrare i diversi soggetti, ciascuno con la propria identità, per aiutarsi a camminare verso il destino di felicità a cui tutti aneliamo».
Ma è proprio vero che possiamo sognare? Il potere di dietro le quinte esiste e quanto incide in un mondo di incolti che non sa leggere oltre le righe; desidero concludere con una frase di Giuseppe Di Fazio che racchiude la filosofia e la vita di un giornalista di fede: Il caso ci riporta ad una considerazione iniziale: la maestra del giornalismo è l’osservazione della realtà, il vero eroe nel tempo delle mode culturali è chi riesce ancora a dire che l’erba è verde e gli uccelli cantano a primavera.
Mai confondere il giornalaio col giornalista, ma agli edicolanti storici delle nostre città, che vendendo i giornali ci mettono la faccia, va almeno un grazie ed un servizio speciale se lo meriterebbero.



giovedì 23 giugno 2016

CENTONOVE - Anno II - Numero 25 - 23 giugno 2016 - ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO E ANCHE PUBBLICO

ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO

E ANCHE PUBBLICO

Achille Baratta

Non abbiamo più Marco Pannella, piango, mi accingo a scrivere della storia di Libero Marsell, come personaggio “totale” che cresce con noi, pagina dopo pagina, nel libro scritto da Marco Missiroli “Atti osceni in luogo privato” edito da Feltrinelli e mi chiedo perché, a dispetto delle vanterie del Bel Paese, ricaviamo dall’industria turistica meno della Germania e, soprattutto, perché le nostre processioni si genuflettono costantemente non a Dio ma ai mafiosi e agli stragisti? Non vogliamo assolutamente renderci conto che la poesia, la letteratura, il paesaggio, il nostro patrimonio artistico sono il nostro terreno petrolifero, la fonte inesauribile della nostra ricchezza futura, tutto su una economia della cultura e della bellezza.
Di fronte a fatti criminosi che discreditano il Paese parlare d’altro è superfluo, ma probabilmente passare dalla copertina del libro di Missiroli per poi dalle prime righe del libro ci può servire:
“Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze”.
Poi un riferimento secco al sesso orale, la crepa fu questa.
“Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – sono una delle meraviglie del cosmo”.
La storia di un ragazzo per diventare uomo deve passare dall’infanzia, dall’adolescenza, dalla giovinezza fino alla maternità passando dalla nascita. Questo tornare indietro alla nascita nella parte finale mi porta a riflettere sul nostro Paese e mi chiedo se ancora deve nascere, e quando arriveremo alla maturità della civiltà e, soprattutto, ne saremo degni? Forse le riflessioni di Libero sono le nostre:
“L’ultimo anno e mezzo aveva cambiato il mio cervello: la collusione sentimentale e il sesso avevano invaso di endorfine i neuroni, che diventarono scaltri. All’intraprendenza intellettuale aggiunsi l’incoscienza: durante gli esami universitari mi presentavo con minor preparazione e suprema audacia. Il secondo anno andò meglio del primo. La placidità resisteva anche se in ostaggio del coito: qui davo voce alla contraddizione. Lo chiamavo Il lato insospettabile. Ebbi una prima avvisaglia la sera che vedemmo «Il colore viola» di Spielberg. Tornammo a casa in silenzio, la tenevo stretta pensando ai soprusi patiti da Celie e all’affanno del riscatto. Mentre scopavamo per lenirci dalle ingiustizie del film emerse l’insospettabilità. Lei era a pancia sotto, io la prendevo aggrappandomi ai fianchi, dal niente le schiaffeggiai il sedere. Colpii a mano aperta, ancora, Lunette alzò un pugno per dirmi di calmarmi e quel punto sussurrai Zitta negra. Dissi così: Zitta negra, e la forzai a terra. Lei si voltò di scatto, mi fissava. Sapeva, e sapevo anche io, che stavo perdendo del tutto la purezza”.
Poi la morte della madre e le riflessioni di Libero:
“Quando nel romanzo di Faulkner Addie Bundren morì, con lei se ne andarono i significati delle parole che aveva insegnato alla sua famiglia. «Maternità» l’aveva riempito con la dedizione ai figli, «sacrificio» con la tenacia con cui aveva sopportato un marito che detestava, «salvezza» con la rettitudine verso Dio e verso gli altri esseri umani, «passione» con un legame adultero indimenticabile. A «terra» aveva dato il significato sacro: ecco perché aveva chiesto una bara e un ultimo viaggio per essere seppellita nel punto dove voleva essere seppellita. Di parole ce n’erano molte altre, se le portò via tutte. Rimasero vuoti che i suoi orfani pronunciavano al vento. Era l’omaggio di Faulkner all’utero”.
Poi la paternità, e infine un’ultima riflessione: chi sono i nostri padri?
Eppure la risposta è sempre attuale: i nostri padri e i loro cognomi sono i nostri perché il Paese non sa cambiare i cognomi, sono sempre quelli che per generazioni ci accompagnavano nel potere, nel sottopotere e nella miseria della mafia che ci coinvolge, ci distrugge e ci soffoca con atti osceni di morte bianca e nera con tinteggiature di rosso in luogo pubblico col placet di chi ci tutela soltanto a parole guardando solo alla pelle delle chiese e di palazzi che sono tanto alti che non permettono di vedere i cittadini che in lontananza perdono entità così come gli atti osceni che da osceni diventano prodotto di importazione o di sopportazione di un Paese che ancora deve nascere. I risultati elettorali di questa ultima tornata lo dicono chiaro.
Un grazie lo devo a Marco Missiroli perché almeno ci ha insegnato come suo padre lo ha educato all’amore e alla vita attraverso i libri e anche una bibliotecaria ha da dire qualcosa e che anche alcuni atti erotici, che facciamo abitualmente senza dargli quella importanza che meritano possa essere una spinta a superare il nostro muro di ipocrisia per dare a Cesare quel che è di Cesare e al Paese quello che vuole disconoscere per ignoranza o per il rendiconto mafioso che poi si chiama corruzione e incapacità a tutti i livelli.
Per nostra natura non possiamo generare col fondo schiena, la schiena serve ad altro, o a che cosa non ve lo dico.
In questa Italia in cui avviene tutto al rallentatore oltre a imparare come calzare un preservativo dovremmo ricordarci che i figli si possono fare anche con le scarpe ai piedi e che il letto è un ripiego di quelli che gli atti osceni non li praticano se non in luogo aperto, alla luce del sole.
Andare in bianco la nostra passione preferita.
“Fai in modo di dare ad Alessandro il significato del tuo nome, Libero. È tutto lì, mio ometto di mondo”.














giovedì 9 giugno 2016

CENTONOVE - Anno II - Numero 23 - 9 giugno 2016 - I PILONI, IL PASSATO E LA NOSTRA VERGOGNA SULLO STRETTO DI MESSINA

I PILONI, IL PASSATO E LA NOSTRA VERGOGNA SULLO STRETTO DI MESSINA
 * Achille Baratta
Progettando, progettando il futuro dello Stretto di Messina con una metropolitana aerea, mi sono dovuto concentrare sullo stato attuale delle due sponde in cui troneggiano due ruderi metallici da vertigini per la loro bruttezza, sono lì, senza destinazione e non uso, non servono a niente, eppure li sopportiamo da sempre, nel silenzio del nostro inconscio collettivo dimenticando che sono diventati il simbolo dell’incuria e della disperazione del nostro Sud.
Il segno di due regioni, che si guardano e non si parlano.
Il nostro sindaco, ambientalista intransigente a oltranza, il suo pilone a Capo Peloro non lo ha mai visto, il suo dirimpettaio di Villa San Giovanni non ne parla.
Quando si dibatteva del Ponte delle burle, si videro i pesci morire sotto l’ombra dell’impalcato e gli uccelli diedero voce e mandato a chi li ha sempre amati e difesi perché non si attentasse alla loro vita.
Lo stesso ingegnere Capo dell’ufficio del Genio Civile e il dirigente della Protezione Civile di entrambe le sponde non si sono mai chiesti che fanno questi ammassi di ferro vecchio sulle nostre sponde? E garantiscono la sicurezza in un territorio sismico?
Poi, un concorso di progettazione architettonica dove si osannò a questi morti in piedi e qualcuno ci mise il cappello.
Ora viene il dubbio, che forse sono talmente belli e colorati che fanno parte dell’ambiente e che sia Scilla che Cariddi si alzassero dalla tomba se qualcuno gli dicesse andate, scomparite, non fatevi vedere più.
Poi nasce il problema di chi è il proprietario ed è normale in un paese normale che viene un ente di Stato costruisce un elettrodotto, lo mette in funzione e poi lo dismette, quasi in silenzio, lasciandoti due regalini mastodontici ed insicuri che svettano al vento col beneplacito di tutti.
Andateci vicino e vi accorgerete che le immagini che rilevate con la vostra macchina fotografica o, più semplicemente, col vostro telefonino sono da orrore, di ritorno in quella giungla in cui gli alberi si sono sostituiti con le armature che non sorreggono niente e non servono a niente, sono solo l’emblema della nostra povertà mentale, del nostro ambientalismo ipocrita, della nostra arretratezza, del nostro abbandono.
Nessuno delle migliaia di iscritti agli albi professionali specifici di architettura e di ingegneria delle due sponde ha mai gridato di dolore, gli stessi atenei, che resteranno presto senza studenti, ha mai pensato che è l’ora di rottamare questi mostriciattoli dello squallore e ricavarne ferro vecchio da venderli e per fare cassa, la moltitudine non sa, non vede e soprattutto non sente.
Ulisse si tappò le orecchie, ma i nostri ambientalisti si sono messi gli occhiali così scuri che non vedono più il sole che sorge e anche quello che tramonta; tutto è caduco, tutto è scontato, hanno detto “NO PONTE” ed hanno chiuso con l’ironia della sorte: questo no, ci costa 700 milioni di euro che dobbiamo pagare a chi si è appaltata l’opera.
Ma l’importante è dire sempre no, questo è il motto della nuova rivoluzione che vuole tutto nuovo e tutto da rifare.
Loro non propongono, non sanno, guardano il volo degli uccelli e ci comunicano quando qualche ala si spezza. Ma mia madre diceva, guardano la pagliuzza negli occhi degli altri ma non vedono la loro trave.
E queste travi sono molte e mal connesse e piene di ruggine, ma illuminate, fra poco ci metteranno un Padre Pio sulle vette, la Madonna della Lettera, va isolata e combattuta e la benedizione va tornata insieme a quella missiva che è la nostra tradizione e il nostro credo.
Poi i laici propongono di fare diventare queste diavolerie ricovero per Mata e Grifone.
In fondo loro sono i nostri progenitori e un ricovero stabile in due punti strategici se la meritano.
Andare a fotografare lo Stretto da entrambi i lati è molto divertente, ma ad una condizione non alzare mai gli occhi vero i mostri sacri.
La sacralità dello schiaffo è finita; c’è chi ci mette l’altra guancia, pensa al guanciale o al cotechino, quella sì che è una meraviglia del gusto, non è forse il maiale il più saporito degli animali; ora qualcuno puzza di asino, ci siamo evoluti, ma gli asini restano asini anche se appartengono alla parte terminale dell’Italia e alla porta della Sicilia che è sempre più chiusa ai venti dominanti.
Di tutti gli specialisti dell’energia voltaica ed eolica che contraddistinguono la nostra economia, nessuno ha pensato che almeno la spesa per illuminarli si può produrre con pochi elementi eolici di nuova generazione.
A loro piacciono molto i coni di gelato e le granite con la brioche, quegli elementi che ci gratificano e ci tolgono il piacere di separare nettamente il bello dall’offesa.
Vi chiedo scusa, ma guardate queste immagini e ditemi come ci chiamiamo o come ci chiameranno quelli che verranno nel nostro meraviglioso Stretto caratterizzato dai paradigmi della Torre Eiffel chiamandolo col loro vero nome.
Ma andiamo sempre col cappello in mano, leggiamo e accettiamo solo il nuovo che produce e dà reddito, il resto è truffa.
Forse occorrerebbe andare a ritroso negli archivi e vedere chi li ha autorizzati e per quale motivo.
E se il motivo non c’è più non occorre proporre almeno il cambio della destinazione d’uso. Ma chi la chiede e chi la vuole? I nostri giornali dopo i fatti di Licata strombazzarono contro l’abusivismo.
A Messina le baracche fanno parte della storia e sono extraurbane, non ci sono, non si vedono, fanno parte del paesaggio. Anche noi siamo parte di un paesaggio vecchio e antico, dove tutto è sacro e intoccabile, specialmente se ti mettono una bombetta regalo e noi regali non ne accettiamo, ad eccezione del caffè, quello è permesso a tutti, anche a quelli che sono stati beccati dalla fortuna di erigersi a difesa della loro natura, dimenticando che quella appartiene a tutti.
In definitiva i mostri non sono destinati ad abitazioni e, quindi, che c’entrano con l’urbanistica, quella è cosa da specialisti del settore che ogni giorno lottano contro l’abusivismo urbano ed extraurbano, specialmente perseguendo i balconi, quelli possono cadere e sono nella necessità collettiva a cui è difficile negare una autorizzazione.
A Cesare quel che è di Cesare a Don Peppino quello che è suo; in definitiva nel nome è il padre di Cristo.
E noi siamo, soprattutto, cristiani e credenti, il resto non ci interessa, chi “semu fissa”?
Vai a Maregrosso e scialati, là c’è l’aria pura e la fognatura a cielo aperto che rinfresca e nutre gli uccelli, questa è vita.

* Ingegnere/progettista