venerdì 8 aprile 2016

La metropolitana leggera che dalla stazione marittima di Messina va all'aeroporto di Reggio Calabria con 37 Km in tredici minuti

La metropolitana leggera che dalla stazione marittima di Messina va all'aeroporto di Reggio Calabria con 37 Km in tredici minuti. 
Si passa cosi dalla politica e dal suo concetto fondamentale di conurbazione voluto dal nostro sindaco e proposto dal presidente della regione siciliana avv. Ardizzone Giovanni, per il rilancio non solo dell'economia, che sarà cosi collegata come non mai ma soprattutto come fusione di due città, di due territori, di due regioni, per dare luogo ad una nuova città metropolitana che sarà la più importante del Sud.
è inutile sottolineare l'interesse turistico e l'effetto magico di un percorso aereo che resta tuttavia legato al territorio e allo spazio del mare che fu di Ulisse e che ora sarà riconosciuto come opera di ingegneria di estrema importanza, con la collaborazione e la stessa progettazione del sistema oleografico che parte dal Giappone, che nel caso specifico si chiama Massimo Majowiecki.















Ing. Massimo Majowiecki 






Presentazione del libro: IN SICILIA, TRA ARCHITETTURA E BELLEZZA DI Ida Maria Baratta

È stato presentato il libro di Ida Maria Baratta edito dalla Giambra Editori col titolo: 
In Sicilia, tra architettura e bellezza
che  è già in libreria con successo la cui introduzione è stata curata da Achille Baratta.






























Articolo pubblicato su CENTONOVE - Anno n. II - 07 aprile 2016

Il sangue dei terroni sgorga imperituro da sempre


Achille Baratta



Molti anni fa nell'occasione delle ricorrenze della morte di Cristo e della sua resurrezione e della relativa Santa Pasqua, ho dipinto una tela con delle croci; la tela era di notevoli dimensioni – metri due per quattro – ed era stata dipinta per donarla, come tutte le mie opere, ma non venne accettata: le croci non piacciono neanche nelle chiese, portano tristezza, al crocifisso siamo abituati e lo accettiamo, ma le croci no! Sono sovversive!
Ora, mi viene tra le mani uno strano libro che mette le croci in copertina, sono rosse e vanno stranamente sovrapposte ad un’Italia informe, che viene rappresentata dalla cintola in giù, compresa la Sicilia,ma in parte.
Non vuole sottolineare che le Sicilie sono mille,ma solo il nostro sud e le nostre condizioni sociali ed economiche della terra dei fuochi.
Dire terra dei fuochi, per noi, è un compatimento perché i fuochi ormai li abbiamo abbandonati da tanto tempo e adoriamo le ceneri, soprattutto quelle dei nostri morti immolati in ogni tempo alla democrazia ora, ai reali sabaudi prima.
Nostri sono i morti dell’ultima guerra e quelli della legalità e della illegalità; insomma, noi siamo i veri portatori dei morti in croce che non piacciono perché ricordano il nostro passato e il nostro presente.
Lorenzo Del Boca, con la prefazione di Pino Aprile, scrive per Piemme un libro dal titolo “Il sangue dei terroni”, e in quelle pagine ben scritte, documentate e ben esposte ci spiega perché la maggioranza delle vittime della Prima Guerra Mondiale,ma i nostri ragazzi del Sud, i nostri padri e nostri nonni a cui non è stato dato neanche un grazie o, se lo è stato dato, è solo per tornaconto politico.
Spesso i loro nomi non sono neanche noti; allora i monumenti al nulla li chiamarono al “Milite Ignoto”. Tutto ignoto e innominato per dimenticare che c’è una differenza sostanziale tra l’eroe della beffa e la beffa dell’eroe.
E noi rappresentiamo da sempre la beffa di un popolo emarginato delle infrastrutture promesse e mai eseguite o, se eseguite, solo perché davano un ritorno elettorale, un posto alla mafia degli appalti.
Il ponte sullo Stretto, l’ultima beffa targata “Stato centrale” che lo ha appaltato con relativo contratto che comporta l’erogazione del 10% per mancata realizzazione ad un’impresa di “Stato centrale”, tutto è tagliato per quello Stato che nel 15-18 mandava i nostri ragazzi all’attacco, alla baionetta, non avevano altro, “con fanfara, bandiere e trombe”.
Lo spettacolo e il vino per avvinazzare, regolarmente tagliato, per avanzare sarebbe stato necessario tagliare il filo spinato; ma mancavano le cesoie e il vivere, le stesse vettovaglie non c’erano, tanto la carne da macello è bene che abbia le budella vuote. “I più tanti sono rimasti sul filo spinato”. Era l’inferno dell’appalto, che si prendeva fra il trenta e il cinquanta per cento dei combattenti.
Nei nostri paesi ancora restano le sale “I combattenti”: sono la beffa della beffa, l’ironia della sorte le vuole vuote, rappresentano l’ombra dei nostri morti e dai morti occorre allontanarsi; preferiamo le discoteche , là si dimentica e si sniffa con l’autorizzazione di Stato che le ignora, un patto sociale che i morti li dissemina all’uscita, nelle prime ore del sorgere del sole per scaramanzia o per dare il buongiorno a noi, attoniti.
Tutto tace, le croci non piacciono a destra, meglio i dolci e le leccornie; le pecore fatte di zucchero non belano e il silenzio è d’oro.
Il salato non è più di moda, fa male e poi ricorda le contravvenzioni salate che ora arrivano anche con ripresa per circondati che lo Stato c’è e le pensioni non le aumenta, ma fa bandire i mega appalti che le croci ce le hanno incorporate,sanno di miele e di ananas, di porti che si insabbiano e drenano denaro con opere tampone che non si possono rifiutare.
Non c’erano proiettili, ma i soldati “abbondavano”.
“Ho tanto bisogno di dormire; ho la sensazione di sentire sotto il corpo il morbido giaciglio; osservo meglio; mi chino … orrore … ho dormito sopra un cadavere austriaco … le mie mani … gli abiti .. tutto intriso di sangue umano, del sangue del nemico morto”.
Ma la vera differenza è che loro, in trincea, avevano almeno un nemico morto, noi non lo abbiamo né vivo né morto, è invisibile. Combattiamo contro l’invisibile e nelle giunte comunali e nei consigli comunali e nelle ex Province moriture, sono nelle Regioni che non si sa perché ci sono, sono in noi vecchi e giovani, sono nelle case e non possiamo bruciarle perché sono già cenere; allora che fare?
“Gli austriaci, da pochi passi, spararono con la mitragliatrice e il soldato, approfittando della sparatoria, lasciò partire due colpi di fucile, diretti alla schiena del suo superiore”. Certamente un atto non dovuto, ma lui rispondeva indirettamente agli ordini dei suoi governanti: “Colpire alle spalle” e da allora la regola per i prossimi vent’anni diventò la regola della nostra democrazia che raramente spara guardano in faccia il nemico: quello lo fa solo la mafia che uccide con le stragi, con i veleni o semplicemente facendo suicidare il colpevole o facendolo morire di quella morte bianca che non ha bisogno di croci, se non quelle dei funerali che insieme ai mordenti sono sempre presenti laccate dei colori bianco, rosso e verde.
Il verde ai piedi per non dispiacere a chi, come la natura, anche sotto i crocifissi, il simbolo del nostro Cristianesimo, in fondo siamo tutti fratelli e produciamo futuro con i nostri imprenditori, tutti “Made in Cina” e gli austriaci?
Restano a seminare civiltà come le nostre Regioni a Statuto Speciale che ci guardano con ironia dall'alto re, sornioni, ridono delle nostre crocette, ma noi piangiamo in silenzio e onoriamo le croci con devozione.
“Silenzio e occhi bassi! A cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, le donne siciliane godevano ancora dell’esclusivo e incontrastato privilegio di restare zitte. In famiglia, giusto quando erano intèrpellate, rispondevano utilizzando un «voi» onorifico. E, oltre il monopolio della procreazione dei figli – che non poteva essere messo in discussione – era loro riservata la prerogativa di rompersi le ossa, piegate in due, per lavorare praticamente senza interruzione da quando spuntava il sole al momento del tramonto.
Ma, con l’esplosione del conflitto mondiale, alzarono la schiena e si appropriarono della parola.
La prima protesta al femminile scoppiò a Collesano, nell'hinterland di Palermo.
Era l’undici maggio 1915: martedì”.






giovedì 10 marzo 2016

Articolo pubblicato su CENTONOVE - Anno n. II - numero 10 - 10 marzo 2016




STRISCIARE TRA VERITA’ E DIGNITA’ – ECCO IL PROBLEMA
Achille Baratta
Nell’appello pubblico che da più parti viene rivolto sulla necessità inderogabile che mette l’accento su temi importanti come verità e dignità ci sono due episodi attuali che colpiscono più degli altri. Sembrano contrastanti ed insieme paralleli, uno dei fatti è raccontato da Gian Antonio Stella: Hanno suonato sul palco dell’auditorium di Bolzano. E hanno toccato il cuore di tutti. Sono i ragazzi dell’orchestra AllegroModerato, un gruppo di musicisti che con tenacia e passione riesce a vincere la disabilità.
E l’altro da Luigi Ferrarella che scrive: perché tanti giovani di famiglie mafiose si laureano in farmacia? Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini si era stupita. Ma il suo pm spiega: “la farmacia garantisce reddito e rispettabilità sociale”.
E poi ce n’è un terzo che sta da parte di uno scrittore come Paolo Iacci, che a settembre del 2015 per GueriNext pubblica L’arte di Strisciare.
Enrico Finzi che ne cura la prefazione, cosi lo descrive Iacci è un signore all'antica, garbato e attento, colto ed esperto, intellettualmente curioso ed eticamente appassionato. Per intenderci, un bel po' più «su» di molti uomini (e di alcune donne) delle risorse umane, negli ultimi decenni ridotti a tecnici delle ristrutturazioni, cioè dei licenziamenti spesso sconsiderati, e dell'incremento insensato dell'exploitment dei dipendenti (peraltro spesso precari), vera «cifra stilistica»di un sistema produttivo che ha dimenticato che la tutela della dignità dei collaboratori e la capacità di motivarli sono gli strumenti più utili per incrementare la produttività delle organizzazioni, almeno in una logica di lungo termine.
L’arte di strisciare è un vademecum sociale su come avere successo nella vita e nel lavoro ma ci ricorda che Tutti noi siamo collegati con tutti. Non si tratta di una nostra scelta. E sempre più una caratteristica costitutiva del sistema in cui viviamo. Secondo la teoria dei sei gradi di separazione ogni persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di cinque intermediari.
Poi raccomanda: Occorre rendersi utili, essere disponibili, collaborare con altre persone, lasciarsi sempre buoni rapporti alle spalle, creare legami di lunga durata e di fiducia reciproca e di lungo periodo. Il tutto non può e non deve ridursi a una mera ricerca di una raccomandazione.
Molto interessante il capitolo Bestiario aziendale della Piageria dove cosi suddivide gli uomini: l’uomo vipera, l’uomo pittoraffa, l’uomo a sonagli e l’uomo lumaca. Dopo aver descritto le caratteristiche umane che caratterizzano i vai aggettivi, conclude nell’avvicinarsi a tutte le specie animali fin qui descritte dobbiamo rilevarne, ancora una volta, la grande pericolosità che si nasconde dietro a movimenti lenti, a grande compressione dei problemi altrui e manifesta bonomia, caratteristiche che in realtà celano l’assoluto disinteresse per il prossimo, e per i fini e gli obiettivi dell’organizzazione che li ospita, accidenti fastidiosi di cui dimenticarsi il più velocemente possibile.
Non è una favola è un libro, dove occorre guardare bene per vedere le facce buone dei suonatori di orchestra e quelle bieche degli uomini mascherati che investono denaro criminale per comprarsi quella dignità che hanno perduto per sempre.
Paolo Iacci chiude con un punto interrogativo che è quello di tutti i buon pensanti: Quale rispetto, quale venerazione dovremo avere per quegli esseri privilegiati che il rango e la nascita rendono naturalmente così fieri, vedendo il sacrificio generoso che fanno della loro fierezza, della loro alterigia, del loro amor proprio! Non possiedono sempre quel sublime abbandono di sé, tanto da adempiere al seguito del principe le stesse funzioni che l'ultimo valletto compie al seguito del suo padrone?
Noi speriamo di essere tra quelli.